Tanti testimoni di una sola verità: l’unica certezza è Cristo

 Nella faticosa, a volte drammatica, ricom­posizione della coscienza cristiana, oggi più che in altri tempi indispensabile, riesce non consolante - che sa tanto di sacrestia - ma corroborante il motto dell’Or­dine della Santissima Trinità: Gloria tibi Tri­nitas et captivis libertas.

Queste quattro parole contengono una forza inattesa. Dicono la Verità. Senza volersi accreditare la conoscenza storica di un istitu­to religioso che vive ed opera da circa nove secoli - vi sarebbe troppo da studiare! - basta infatti riflettere sul fatto che in quanto riesco, come cristiano, a rendere gloria alla Trinità, a vivere cioè l’amore del Padre, la redenzione del Figlio e la luce dello Spirito, tanto riesco a liberare me stesso dalle catene dell’egoismo e del peccato e ad irradiare nei fratelli lo stesso desiderio di libertà. Questa è “la verità” che posso accogliere dalla mia coscienza e dai fratelli che con la loro testimonianza me la rammentano.

Questo ci viene rammentato da santi an­tichi e moderni, da quelli celebrati dalla li­turgia a quelli ancora viventi. La vita di San Giovanni de Matha è in tal senso ben più di una predica: è un messaggio di potenza stra­ordinaria. Le parole di San Francesco d’Assi­si, che adora nell’umiltà l’Altissimo “che nella Trinità perfetta e nell’Unità semplice” vive e regna, costantemente ci ricordano come “noi tutti, miseri e peccatori, non siamo degni di nominarti, o Padre, e perciò preghiamo che il Signore nostro Gesù Cristo, insieme con lo Spirito Santo Paraclito, ti renda grazie così come a te piace”.

Interessante ricordare per inciso che il francescano Tommaso da Eccleston (ingle­se, morto intorno al 1265) è uno dei primi a testimoniare la presenza dei Trinitari in Inghilterra, “venuti molto tempo prima dei Frati Minori; essi erano stati fondati da un maestro di teologia di nome Giovanni; Gesù Cristo lo aveva ispirato mentre egli celebra­va la messa in Parigi” (Fonti Francescane, Editrici Francescane, Padova 2004, pg. 1625).

Tra i moderni si può ricordare Santa Elisabetta della Trinità (Elisabetta Catez, 1880-2006, monaca carmelitana, canonizzata 16.10.2016), la cui più famosa preghiera co­stituisce un inno alla Trinità Santissima: “O miei Tre, mio tutto, Beatitudine mia, solitu­dine infinita, immensità in cui mi perdo, mi consegno a Voi!”.

Questa è la Verità! Quella che ci viene presentata e vissuta da un’infinità di anime umili ma dal cuore più vasto del mare. Dunque chi sposa la verità rassomiglia al Cristo. Non im­porta sapere se ha confessato la fede in Cristo o no: questo è il termine di un itinerario. Basta dare un bicchiere d’acqua al povero per essere dentro a questo itinerario.

Si può morire per avere reso un servizio pur umile all’uomo, e per questo essere già nel regno di Dio. perché la verità è l’uomo vivente, è l’uo­mo povero, è lo schiavo, è il giusto che muore crocifisso, è in generale una verità collocata fuori legge e fuori ragione. Questo è lo scandalo per­manente del Vangelo, che però è perenne libe­razione.

Verità è consapevolezza di essere, noi cri­stiani, un popolo messianico. Non il momento religioso ci distingue, ma l’essere messianico. Se Messia fu il Cristo, il popolo che lo segue è un popolo messianico. E l’essere messianico lo si ri­leva dalle pagine della Sacra Scrittura.

Il popolo a cui Mosè trasmette il proclama di Dio è un popolo che Dio ha sollevato su ali di aquile: lo ha liberato dall’Egitto. È un popolo li­bero. È un regno di sacerdoti: non un regno con a capo i sacerdoti, un regno di sacerdoti. È una nazione santa: non è una nazione affidata alla gestione di persone sante. È una nazione santa. Tutto ciò significa che questa nazione si lascerà sempre interpellare da Dio, mai si considererà ar­rivata, sarà sempre in cammino. Verso che? Verso la Verità. Aperta quindi ad ogni istanza, ad ogni provocazione, ad ogni inquietudine che metta in subbuglio le sue certezze, perché questa na­zione non ha certezze di sicurezza, di benessere, di pace. Lo insegna la storia antica, lo mostra la storia di oggi con forza probabilmente mai tanto potente.

L’unica certezza è il Cristo, unica Verità. Ci viene ripetuto dai santi, ci viene ripetuto da quanti oggi sfidano il male per far trionfare la Verità - vedi don Luigi Ciotti che un mese fa non ha temuto le scritte minacciose e stolte sui muri di una città bella, piena di luce e di azzurro ma infangata dalla sciagura del male; vedi Papa Francesco che non teme il “nuovo”, ma è profe­ta di misericordia per i buoni e per i cattivi, per i forti e per i deboli, per i giusti e per gli ingiusti.

Il credente entra in comunione con la Verità che è Cristo e la sua rivelazione per mezzo del­lo Spirito, definito “Spirito di Verità” (Gv 14,17; 16,13; 15,26) la cui funzione, dopo la Pasqua, è quella di far comprendere appieno la rivelazione di Gesù, attualizzandola nel cuore dei fedeli. Pro­prio perché lo Spirito conduce i discepoli alla Verità tutta intera, l’evangelista Giovanni può affermare che lo Spirito è la Verità (1 Gv 5,6).

Ai cristiani Giovanni riferisce le frasi prese dalla tradizione che lo precede: “conoscere la Verità”, “fare la Verità”, “dare testimonianza della Verità”, “camminare nella Verità”, eviden­ziando che la rivelazione di Gesù deve diventa­re l’atmosfera abituale in cui si sviluppa la vita cristiana.

La Verità diventa così principio interiore di vita morale, stimolando i credenti ad amare i fratelli nella verità e non nella menzogna. Non si dimentichi, infatti, che il diavolo è “padre di menzogna” e di tutte le menzogne dette e attua­te si renderà conto a Dio.

La Verità è una possibilità di esistenza offerta a chi sceglie Cristo in questo mondo dominato dalla menzogna.

La scelta della Verità, accogliendo ogni istan­za che la sollecita, presuppone una nuova nasci­ta, una autentica e sincera conversione, in forza della quale è possibile opporsi al principe di questo mondo e ai suoi rappresentanti - i poteri mondani chiusi al trascendente - in cui non vi è speranza di mutamento. Ma per dar gloria a Dio, compito al quale siamo chiamati, altro po­tere a cui occorra credere non è necessario, se non quello della Risurrezione.

di Franco Careglio

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