Memoria, intelletto, volontà... Custodire nell’obbedienza alla Chiesa

 

Tutto quanto venne fatto da Dio fu ed è cosa buona. Rileggiamo a tal proposito le prime righe della Genesi. Ma qual è il capolavoro di Dio? L’uomo, da Lui dota­to di un corpo con superiore perfezione; una mente che gli consente di discernere il bene e il male e una libera volontà che gli permette di aderire ognora al bene e alla verità.

 

Altro dono è la memoria, che consente all’uomo di fare tesoro di ogni esperien­za vissuta e di scegliere in base ai risultati ottenuti in precedenza e opportunamente memorizzati. Come è stato detto, l’uomo è “animale superiore”, in quanto dotato di ca­pacità che l’ “animale inferiore” non possie­de. A quest’ultimo è stata data una memoria che gli permette di conservare impressioni positive o negative, e comportarsi di con­seguenza. Non ha però la facoltà di servirsi appropriatamente di quanto ritenuto; tipico esempio l’acqua, della quale resta un’im­pressione negativa allorché sia stata causa di dolore; l’uomo, invece, sa valorizzare ade­guatamente ogni elemento. E quanto più la memoria si rafforza, tanto più acquista nuo­ve ed inedite possibilità.

 

Siamo abituati ad associare la facoltà del­la memoria ad un personaggio dell’Umane­simo cristiano, Giovanni Pico della Mirando­la (1463-1494). Ciò è più che meritato, ma si pensi agli Apostoli, che dovettero fare affida­mento soltanto sulla memoria per tramandare la “solidità degli insegnamenti ricevuti” (Lc 1,4). Hanno beneficiato, certo, dell’assisten­za dello Spirito di Dio, ma si sono valsi di una memoria prodigiosa che ha consentito loro di tracciare la vita dell’Uomo-Dio e di trasmettere nel tempo e nello spazio la verità dell’impossibile divenuto possibile: la Risur­rezione. Ancor prima di Pico della Mirando­la uomini come Dante Alighieri hanno di­mostrato come la memoria non sia soltanto una tela sottilissima nascosta negli antri del cervello, ma ancor più una qualità umana intrinseca, che se correttamente usata (vol­ta cioè a custodire il bene e a viverlo come norma di esistenza) e adeguatamente allena­ta (cioè costantemente utilizzata), consente all’uomo di divenire vero maestro di vita.

 

La memoria della Risurrezione, trasmessa dagli apostoli, è evento fondamentale ed ine­ludibile della fede cristiana. Con la Risurre­zione, Cristo è entrato definitivamente con tutta la sua umanità - corpo e anima - nella pienezza della vita di Dio: quindi in una con­dizione che trascende ogni esperienza uma­na e che noi non possiamo descrivere se non servendoci di immagini e concetti che sono un debolissimo riflesso della realtà.

 

Qui si pone il problema capitale: in base a quali elementi la Chiesa primitiva, come la Chiesa di oggi, pone l’affermazione suddetta, al pari di quella della Trinità Santissima? In base ad un atto di fede oppure in base a fatti storici documentabili?

 

In altre parole, la Risurrezione è un fatto sto­rico? Precisiamo che la storicità di cui si parla non riguarda il “modo” della risurrezione, che per noi resta assolutamente misterioso e im­perscrutabile, ma il “fatto”, cioè l’avvenimento storico in se stesso. Per rispondere alla doman­da dobbiamo distinguere tra ciò che è storico e direttamente verificato e ciò che storico ma non direttamente verificato. La memoria ci offre la possibilità di essere certi della Risurrezione, pur non disponendo degli elementi per definirlo fatto storico e direttamente verificato. Infatti, rifletten­do sugli episodi narrati nei Vangeli (i Vangeli sono prima di tutto libri storici) quali il ritro­vamento del sepolcro vuoto; le apparizioni di Gesù ai suoi discepoli; il mutamento avvenuto in essi rispetto a ciò che erano stati durante la vita di Gesù e soprattutto durante la sua passio­ne e morte; la nascita e l’espansione della Chiesa primitiva, noi possiamo avere la certezza mora­le del fatto storico della Risurrezione.

 

Si deve rilevare però una cosa di estrema im­portanza: i “segni” della Risurrezione, per esse­re percepiti, richiedono un cuore e una memoria purificati: una memoria purificata da pregiudizi contro il soprannaturale e aperta al mistero. Ciò non significa assentire al primo “messaggio” che si avverte. Non basta fidarsi delle cosiddette rivelazioni private. Avranno senso e doneranno speranza e forza quando la Chiesa le ricono­scerà ed approverà. Questa è una purificazione della memoria: custodire nel cuore, nel silenzio, nella preghiera, nell’obbedienza alla Chiesa. Quando e se Dio lo vorrà, la verità sarà splen­dente e incontestabile ai nostri occhi. Soltanto quando profezia e gerarchia collimano si giunge alla verità. Se la profezia è tale, non mancherà la conferma della gerarchia. E ve ne sono infiniti esempi nella storia.

 

Ma va ripetuto: occorrono un cuore e una memoria purificati dalle passioni e dal peccato. Chi infatti fosse pregiudizialmente materiali­sta e positivista; chi fosse già convinto che un intervento di Dio nella storia - ad esempio un miracolo - sia impossibile; chi fosse talmente do­minato dal peccato da essere chiuso a Dio e alla sua legge d’amore, sarebbe fortemente ostacola­to nella percezione dei segni della Risurrezione. Non vi è soltanto una cecità fisica; vi è anche una cecità spirituale.

 

Quanto sia fondamentale la memoria nelle relazioni umane, nella trasmissione di fatti e nel­la loro custodia rischia oggi di decadere a realtà scontata. I moderni mezzi di comunicazione e di conservazione, espressione altissima dell’u­mana filosofia quanto facile e miserevole manto di nullità, assicurano (o quasi) l’intramontabile fermezza di ogni informazione. Ne garantisco­no però l’utilizzo adeguato e costruttivo? Sol­tanto quanto io conservo nel cuore (cioè nella memoria e nella volontà) mi offre la certezza che le informazioni acquisite non solo non andranno perdute, ma quel che è più non andranno a vuoto.

 

Quanto detto è confermato da Maria, la prima “filosofa”, cioè amante della sapienza e custode della memoria. Ella accoglie nella fede l’annuncio divino e il suo compito di Deipara (preparatrice di Dio), e medita nel suo cuore per comprendere il mistero (Lc 2,19.51). In ef­fetti uno dei tratti più suggestivi del profilo spi­rituale della Vergine su cui l’evangelista Luca ritornerà due volte è dato dall’annotazione che, dopo la nascita di Gesù e del suo ritrovamen­to nel tempio, sua Madre “serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore” (Lc 2,19; 2,51). Quest’ultimo versetto presenta in Maria l’atten­zione del sapiente: Ella custodisce con l’eserci­zio della memoria, nel cuore, cioè nel nucleo interiore e centrale della persona, le parole e gli eventi riguardanti Cristo, ed insieme medita mettendoli a confronto per interpretarli. Attra­verso quindi la memoria e il confronto, Maria svolge un’“attività ermeneutica” tendente ad in­dividuare la verità nascosta nel succedersi degli eventi.

 

Maria rappresenta la luce attraverso cui i cristiani diventano consapevoli del senso della loro esistenza e fanno della memoria il custode “delle cose del Padre” (Lc 3,49).

di Franco Careglio

L'ULTIMO NUMERO

RUBRICHE
SERVIZI

Questo sito utilizza cookie, anche di terze parti, a scopi pubblicitari e per migliorare servizi ed esperienza dei lettori. Se decidi di continuare la navigazione consideriamo che accetti il loro uso Accetto