LE PERIPEZIE DELLA FEDE

 

Ogni scelta comporta una rinun­cia. La scelta, se accolta da Cri­sto e dal suo Vangelo, diventa occasione di crescita, di forza e di verità. La rinuncia, se vissuta nel coraggio e nella pace del cuore, di­venta occasione di liberazione dalle catene che oggi si moltiplicano. Non vi sono più soltanto le catene viste un giorno da San Giovanni de Matha il quale si donò, scegliendo e rinuncian­do, per spezzarle.

 

Certo, quelle catene oggi persistono e con maggiore potenza, solidificate da apparenze legali perverse, come la tratta delle donne dai paesi poveri con la menzognera promessa del lavoro e della dignità, come il guadagno indegno e vergognoso sulla pelle dei migranti; ma vi è anche una nuova miriade di catene, che va dalla ludo­patia alla celebrazione della potenza del corpo come segno di vitalità e di primato fino all’eterno idolo, il denaro. Quella del Terzo Millennio si prospet­ta, insomma, come una società in cui scegliere - e rinunciare - diviene sem­pre più difficile.

 

Eppure dallo scegliere e dal rinuncia­re - davvero due facce della stessa medaglia - scaturisce l’identità umana e cristiana. Chi sceglie di essere cri­stiano, sceglie anzitutto la pace, bene inalienabile, e rinuncia alla conflittualità. Gli uomini e i movimenti culturali che mirano onestamente a realizzarla contrappongono il costume del dialo­go a quello del puro contrasto ideolo­gico, il rispetto della coscienza altrui alla metodica inibizione della libertà (di religione e di pensiero), la dispo­sizione a favorire il pacifico confronto delle idee.

 

Ciò non significa accomodare, con­ciliare, ritenere che ogni modalità sia plausibile. Significa riconoscere che ogni scelta non conforme al Cristo e al suo Vangelo è falsa e distorta, oltre che distorcente, e può causare danni irreparabili.

 

Questa è la lezione, sfortunatamente non da tutti compresa, di un grande profeta di questi giorni, Papa France­sco. Egli ha chiaramente optato per il confronto schietto e leale delle dottri­ne, sicuro che non sarà mai a danno della Chiesa, sicuro che tutti gli ele­menti positivi del progresso possono e potranno perfettamente conciliarsi con la Rivelazione. Secondo Papa Francesco, la Chiesa, senza venire meno alla sua fermezza teologica, può avere fiducia nelle risorse della libertà morale dell’uomo nella misura in cui tale libertà è tenuta al sicuro dai condizionamenti politici ed economi­ci. Siamo da sempre abituati a ritene­re che, più cresce l’autorità, più deb­bano diminuire certi diritti di aperta allegria e di coraggiosa fiducia. Papa Francesco ci liberati da questo “vizio”, da tempo divenuto catena. Se non viene capito, si pensi a San Giovanni XXIII, che il 7 marzo 1963 accolse in udienza privata Alexei Adjubei, gior­nalista sovietico, con la moglie Rada (1929-2016), figlia di Nikita Kruscev. Quell’atto suscitò durissime critiche contro il Papa. Ma, come tutti i gesti di Papa Giovanni, fu come un albe­ro verde in una zona arida. Fu quel­la una scelta che decise l’identità del Papa come egli era, cioè autentico profeta biblico.

 

La scelta e la decisione, quindi l’impe­gno e la rinuncia, sono come le peri­pezie della fede. La fede richiede del­le peripezie non da poco. Non chiede soltanto di starsene a recitare il rosa­rio, anche quello, certo, ma chiede altrettanto di trasformare i misteri del rosario in quotidianità.

 

Certamente tutti abbiamo letto o co­nosciamo le peripezie della fede di Santa Teresa del Bambin Gesù (1873-1897). Dovette chiedere il per­messo al Papa per entrare in mona­stero a 14 anni, dovette subire non poche avversità dalle sue stesse consorelle, eppure, sempre, scelse e decise per Cristo. Il suo famosissimo libro Storia di un’anima mostra come Teresina sia stata la maestra della “piccola via”, della vita quotidiana in cui Dio entra furtivamente in qual­siasi episodio, in qualsiasi incontro, in qualsiasi situazione di salute o di malattia. L’incontro con Dio non ha - o meglio ha avuto una volta soltanto - la tumultuosa grandiosità del Sinai. Gli incontri di Dio con l’uomo, nella Bibbia, avvengono sempre dentro le trame del quotidiano. E nella riflessio­ne, nella fatica, l’uomo è chiamato a decidere. Ora Santa Teresina ci ricor­da che in questa riflessione e strazio all’ombra della croce è implicita una condanna severa contro le presun­zioni dell’intelletto, che cerca Dio nel­la speculazione, e contro le angustie di una fede do ut des che non sa ac­cettare le espressioni contraddittorie dell’amore di Dio. Se si accetta Dio, non si può fargli firmare un contratto: io faccio il buono, vado a messa, dico il rosario e Tu mi assicuri contro ogni danno. Siamo noi a firmare il contrat­to, accettando la strada impervia, la porta stretta, l’andare tra i lupi, perfino l’odio dei parenti, come elencato da Gesù.

 

Ricordiamo quella straordinaria figura di donna che fu Simone Weil (1909-1943), ebrea. Ormai arrivata alla ve­rità di Dio e della divinità del Cristo, non volle ricevere il Battesimo per solidarietà con i suoi fratelli ebrei, allora perseguitati ed ammassati nei campi sterminio. Ricorda un po’ San Paolo, quando dice che accetterebbe di separarsi da Cristo per amore dei suoi fratelli (Rom 9,3), parole che nel senso immediato sono da ripudiare. Eppure egli ci fa capire che il vero modo di incontrare Cristo è la passio­ne per i fratelli. La Weil per amore dei fratelli rinunciò ad un passo che noi, nella nostra ambizione apologetica, avremmo voluto che compisse. Ma ella rimase sulla soglia perché non voleva rompere il legame con coloro che subivano persecuzioni orrende. Tale decisione è la carta d’identità della sua fede, che non è scienza ma è mistero infinito dell’anima, che Dio soltanto conosce.

 

Altro esempio è quello del Beato Charles de Foucault (1858-1916, be­atificato 13.11.2005) che, essendosi dedicato alla contemplazione come monaco trappista e trovandosi a Na­zaret, udì un giorno, presso alla sua cella, un gemito. Era un musulmano in agonia per fame. Prese allora la decisione: “Che diritto ho io di star­mene immerso in Dio, mentre accan­to vi è gente che muore, che cerca inutilmente il necessario per vivere?”. E prese una decisione: lasciò la vita di contemplativo e si ritirò in una tribù del Sahara, isolato dal mondo cristia­no, in mezzo ai Tuareg, condividendo la loro misera esistenza, assistendoli ed educandoli come poteva. Visse in solitudine, lontano dal mondo cristia­no, divenendo anàtema avrebbe vo­luto fare Paolo per i fratelli. Decisio­ne sconvolgente, non facile, ma che dichiara come amore di Dio e amore dei fratelli non siano scindibili.

di Franco Careglio

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