A TAVOLA CON GLI ESCLUSI

Il mangiare e il bere costituiscono i bisogni primari della condizione umana e la esprimono nella sua concreta realtà storica. Non a caso in tutte (o quasi) le culture umane i principali avvenimenti dell’esistenza (nascita, matrimonio, ricorrenza, lau­rea, talora anche esequie) sono cele­brati con un pasto; a sua volta il pasto esprime e rafforza il senso dell’appar­tenenza al proprio gruppo o comuni­tà. Condividere la mensa è entrare in una profonda comunione di senti­menti e di vita ed è il migliore antidoto contro la solitudine. Basta ricordare in proposito il pranzo che Abramo im­bandisce per i tre personaggi che gli fanno visita (Gen 18,1-8), il pasto di Isacco con Abimelec (Gen 26,30) e di Labano e Giacobbe per suggellare l’alleanza stabilita tra loro (Gen 31,4). Gesù dopo l’incontro con Levi-Matteo si ferma a pranzo a casa di lui (Mt 9,9-10) e lo stesso fa con Zaccheo (Lc 19,6-9).

Secondo l’ebraismo antico, l’atto co­munitario del pasto fa partecipare i convitati alla stessa benedizione di­vina che accompagna la frazione del pane e la circolazione del calice. È ovvio che dal semplice mangiare in­sieme all’Eucaristia la distanza è infi­nita, tuttavia ancora oggi il pasto con­diviso mantiene un forte significato di condivisione e di unità. Non a caso papa Francesco, profeta di vita, nelle sue recenti visite a Milano, Genova, Bologna ha sempre condiviso il pasto con i poveri, i soli e gli esclusi. Ci ha fornito, e ci fornisce, l’esempio, l’invito e lo stimolo ad eliminare la solitudi­ne, l’indifferenza, la paura. Sappiamo bene che ciò non è facile nella società violenta in cui viviamo. Eppure è la sfida del cristiano di questo secolo e ad essa non possiamo sottrarci. Da sempre i cristiani si sono gettati nel­la mischia: hanno accettato calunnie, invidie, avversioni, persecuzioni. Da San Giovanni de Matha a San Gio­vanni Bosco a Santa Teresa di Cal­cutta E hanno liberato un’infinità di persone dalla solitudine, dalla pover­tà, dall’emarginazione restituendo ad ognuno dignità, forza, gioia di vivere. Se l’hanno fatto loro, e con strumenti infinitamente più rudimentali di quelli attuali, perché non possiamo fare lo stesso anche noi? O almeno provare a farlo?

Se noi ci interroghiamo sulla nostra fede, sulla nostra speranza e sul no­stro amore, cioè su quelle che si chia­mano “virtù teologali” constatiamo che esse sono virtù diverse, ma che in realtà sono una sola virtù che non sappiamo come chiamare. Potrem­mo identificarla con l’accettazione ferma, incrollabile, del proposito con cui Dio ha creato le cose e vuole la loro salvezza e felicità. Farci complici, profondamente, con questo disegno di Dio vuol dire avere insieme amore, speranza e fede.

Da questa base nascono quegli atteg­giamenti che noi possiamo chiamare “amore” verso tutte le creature, “fede” in quel Dio che ha promesso e che manterrà sua promessa, come ci ha insegnato Abramo, e “sperare contro ogni speranza” come ci fa notare San Paolo. La mia speranza di cristiano, infatti, è contro la speranza, cioè con­tro ogni indizio e ogni argomento su cui normalmente le speranze, per non essere illusioni, devono misurarsi. Il mondo oggi mi presenta la minaccia concreta della guerra, delle bombe: e io spero, prego e lavoro per un mondo in cui non ci siano più bom­be. Il mondo mi dice che non sarà mai possibile la fraternità, che è l’opposto della solitudine, la perequazione dei beni, che è l’opposto dell’egoismo: e io spero, prego e mi adopero con ogni sacrificio, magari anche quello della vita, perché trionfi l’amore.

È questa la radice della fede cristia­na. Non è dunque una esperienza psicologica né una ricerca mistica ri­servata agli specialisti e ai privilegiati. La fede, davvero, è possibile a tutti, perché non presuppone nessuna al­tezza etica, nessuna finezza spiritua­le o intellettuale. Richiede soltanto la fedeltà alla Parola di Dio.

Uno dei drammi più tragici del nostro tempo è quello della solitudine, che non è più monopolio degli anziani e dei malati, ma altrettanto, in misu­ra diversa, dei giovani. Trascorrere ore al computer o ad altro strumen­to simile, è solitudine; tuffarsi in una rintronante discoteca, dove tutti si ignorano, si ingannano e si devasta­no, è solitudine; buttare via ore e ore presso certe macchine illudendosi di vincere, è solitudine. I nostri santi sa­rebbero rimasti a guardare, aspettan­do che scendesse la manna dal cie­lo? O si sarebbero donati a passare ore per addossarsi la disperazione di un disperato? E parlando loro di un Eterno, di un Assoluto, che non vuole disperazione, buio, morte, ma gioia, luce, vita. Pare che oggi si abbia un po’ paura di parlare di Dio, del Dio che è Padre, che è misericordia ma che è pure giudice. Si preferisce parlare dell’ingiustizia, della fame, delle ma­lattie facendo un discorso più sociale. Questo è giustissimo, ma non basta. Cerchiamo di avere il coraggio di par­lare pure delle verità eterne, del para­diso come della privazione eterna di Dio. Il coraggio sta in questa chiarez­za, se si vuole restituire alla vita e alla solidarietà quanti ne hanno smarrito il valore. Questo vuol dire condividere il pasto con gli esclusi, che sono i soli, i disperati, i migranti, insomma quanti non hanno voce in questo mondo che ha pare avere un solo idolo: il denaro e il potere.

Il mondo ha oggi bisogno che questa testimonianza dell’Assoluto gli venga data non solo dai monaci, ma anche dai cristiani laici. Laici che appar­tengono alla famiglia, al lavoro, alla società, ma che innanzitutto appar­tengono a Dio che li ha donati alla famiglia, al lavoro, alla società. Laici che non sognano una vita “esentas­se”, ma che vivono nel mondo per costruirlo, per trasformarlo, per ani­marlo, facendosi carico della cresci­ta della società civile, assumendosi l’impegno della cultura, la gestione delle risorse economiche, il servizio alle istituzioni politiche. Di tali realtà il cristiano si assume la responsabilità secondo la sua missione e vocazio­ne. Come fece il fondatore dell’Azio­ne Cattolica, Giovanni Acquaderni (1839-1922), coadiuvato dal giovane Mario Fani (1845-1869, purtroppo oggi noto più per la via a lui dedicata a Roma, nella quale avvenne il tragi­co fatto del rapimento di Aldo Moro, che non per la sua dedizione e gene­rosità - morì salvando un bagnante nel mare di Anzio).

Uomini come questi, insieme a un’in­finita schiera di altri, non divisero la vita un po’ a Dio e un po’ al mondo, ma la donarono a Dio per la vita del mondo.

Insomma come “servi di Dio e di nes­sun altro” (Don Lorenzo Milani).

di Franco Careglio

L'ULTIMO NUMERO

RUBRICHE
SERVIZI

Questo sito utilizza cookie, anche di terze parti, a scopi pubblicitari e per migliorare servizi ed esperienza dei lettori. Se decidi di continuare la navigazione consideriamo che accetti il loro uso Accetto