COMUNITÀ DI RICONCILIAZIONE

 

I primi a combattere la paura, l’in­certezza e la fragilità che caratte­rizzano la cultura odierna, indotta fortemente dai mezzi di comunica­zione, dovrebbero essere i cristiani.

 

Con quali mezzi? La preghiera, anzi­tutto, certo. Ma altrettanto con la te­stimonianza di una vita priva di incer­tezze, di timori, di “se” e di “ma”. Noi disponiamo di uno strumento che si chiama fede, dinnanzi alla quale ogni fragilità viene meno, ogni paura sva­nisce e quel che appare incerto diven­ta limpido e duraturo ai nostri occhi.

 

Il fatto che oggi la fragilità sia una componente della struttura mentale umana è talmente evidente che non ha bisogno di ulteriori verifiche. Si maniera non estemporanea o discon­tinua o, peggio, antagonistica al solo scopo di presentare la propria espe­rienza come migliore… i miseri non hanno davvero bisogno di questo ma di essere soccorsi tempestivamente!

 

A Genova nacque originariamente nel 1464 e dopo ridimensionamen­ti vari (di titolo, di sede, ecc.) arrivò ad essere ciò che è oggi. Anche la “Compagnia” di Genova fa parte della Famiglia Trinitaria sia per la parteci­pazione ai benefici spirituali che per apposito atto di aggregazione mai venuto meno, tuttora sull’abito con­fraternale viene apposto un piccolo scapolare trinitario a testimonianza di precise radici. Inoltre, nella attigua chiesa di San Donato, nella navata sinistra è tuttora esposto alla venera­zione il quadro del Buon Redentore, veneratissima tela raffigurante il Cri­sto di Medinaceli.

 

Tra le altre opere di carità era com­preso anche (come sopra accennato) il riscatto degli schiavi, in particolare i cristiani caduti prigionieri degli “infe­deli” saraceno (algerini musulmani, pirati del Mediterraneo), tanto che il Magistrato del Riscatto degli Schiavi (apposito ufficio antischiavista della Repubblica Marinara di Genova) nel 1637 convalidò alla nostra Confrater­nita il diritto di individuare liberamen­te, ogni anno, uno schiavo da liberare (che sarebbe stato riscattato dal Ma­gistrato, oltre a quelli riscattati con le offerte raccolte a cura della Compa­gnia, ed oltre al condannato a mor­te - non schiavo - da graziare, come previsto dalle norme delle principali case-madri confraternali).

 

Vi è un’altra dinamica nell’umano, ben diversa, si è già detto, ed è la di­namica della scelta. Questa significa impegno, fedeltà e sacrificio. Sfor­tunatamente i miti non sono defunti. Parvero scomparsi, ma o sono risorti o non sono mai scomparsi.

 

Sessanta-settanta anni or sono fu il mito del Risorgimento ad essere in­culcato nella mente dei piccoli e dei giovani; poi, dopo qualcosa come due-tre decenni, saltò fuori il mito della Resistenza; ora quello del cor­po, del successo, del denaro. Ma il cristiano alimenta nel cuore un altro mito, che tale non è, ma è verità e for­za: l’amore.

 

Infatti è veramente sul sepolcro di tut­ti questi miti fasulli che potrà sorgere la nuova società basata sulla legge dell’amore fraterno, unica qualifica dei cristiani che permette loro di eli­minare ogni fragilità e paura. L’amore è sempre oltre la legge (non si dimen­tichi l’ammonizione di Gesù “Il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato”, Mc 2,27), però esso ispira ordinamenti in cui “nessuno abbia debiti l’uno verso l’altro” (Rom 13,8). L’unico nostro debito reciproco è dunque l’amore.

 

Rileggiamoci quel meraviglioso docu­mento che è l’enciclica Deus caritas est di Benedetto XVI (25.12.2005). Al n° 27, ad esempio, il papa emerito scrive: “È doveroso ammettere che i rappresentanti della Chiesa han­no percepito solo lentamente che il problema della giusta struttura della società si poneva in modo nuovo”. E non soltanto dal punto di vista mate­riale, economico - pur sotto qualun­que aspetto ineludibile, e Benedetto XVI ricorda qui il contributo delle en­cicliche sociali di San Giovanni Paolo II: Laborem exercens (1981), Sollici­tudo rei socialis (1987), Centesimus annus (1991) - ma, dice, “Occorre uno Stato che generosamente ri­conosca e sostenga, nella linea del principio di sussidiarietà, le iniziative che sorgono dalle diverse forze so­ciali e uniscono spontaneità e vici­nanza agli uomini bisognosi di aiuto. La Chiesa è una di queste forze vive: in essa pulsa la dinamica dell’amore suscitato dallo Spirito di Cristo. Que­sto amore non offre agli uomini sola­mente un aiuto materiale, ma anche ristoro e cura dell’anima, un aiuto più spesso necessario del sostegno materiale. L’affermazione secondo la quale le strutture giuste renderebbero superflue le opere di carità di fatto na­sconde una concezione materialistica dell’uomo: il pregiudizio secondo cui l’uomo ‘vivrebbe di solo pane’ (Mt 4,4; Dt 8,3) - convinzione che umilia l’uo­mo e disconosce proprio ciò che è più specificatamente umano” (n. 29).

 

La nostra prima riconciliazione di cri­stiani debitori soltanto di amore è con la fragilità angosciosa di questa uma­nità del XXI secolo. Nelle città in cui viviamo dobbiamo essere amici soli­dali con coloro che promuovono una città fraterna e che per prima cosa abbattono le barriere di divisione. Il cristiano ha la possibilità di un’ami­cizia universale che però resta soffo­cata dentro il senso della impotenza e della inutilità storica. Perché? Per­ché non si ha molte volte il coraggio di dire apertamente che solo la fede nel Dio che è amore può dare la forza per superare ogni paura e incertezza, ogni abbandono e ogni arresto.

 

E quando ci riferiamo a Dio non dob­biamo riferirci ad un luogo di rifugio delle disperazioni, ancor meno a un luogo da “consolazioni dell’altare”, bensì a Qualcuno che crea le vicende e le cose nell’amore e per l’amore, e che ci giudicherà in base al modo con cui ci siamo messi in consonanza con questa creazione: “che cosa hai fat­to per i tuoi fratelli?”, ci verrà chiesto, “come ti sei riconciliato con loro?”.

 

Noi cristiani abbiamo possibilità im­mense, non con un potere esterno che ci pone allo stesso livello dei poteri umani, ma con la potenza spi­rituale che ci viene da Cristo e ci fa entrare in un cuore chiuso come una pietra per farvi sgorgare lo zampillo di acqua viva; ci fa accostare ad un infe­lice che tenta il suicidio per fargli capi­re che vivere merita; ad un ammalato che la cultura di oggi “aiuta a morire” e noi aiutiamo a vivere; ad una fami­glia senza orizzonti per la separazio­ne o il dissesto finanziario. Insomma, noi possiamo essere la giustificazio­ne ultima di ogni sforzo storico per un mondo diverso.

 

Abbiamo infiniti esempi di uomini e donne che hanno trasformato il loro tempo. Si conoscano le vite e le tri­bolazioni di un San Camillo de Lellis (1550-1614), apostolo degli amma­lati, di un San Giuseppe Calasanzio (1557-1648), apostolo dei giovani, e, senza andare così distanti, la studio­sa ligure Itala Mela (1904-1957), be­atificata il 10 giugno scorso, teologa della Ss.ma Trinità, mistica, intorno alla quale si formò un movimento di preghiera, di studio e di speranza.

 

Di qui comincia un discorso che dob­biamo lasciare alla nostra meditazio­ne, ma che non può non risolversi in un rinnovato impegno ad adoperarci perché cambi questa nostra non fa­cile epoca.

di Franco Careglio

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