LE SENTINELLE ASCOLTANO IL PARLARE UMANO DI DIO

L’inno antico e venerabile che si canta a Natale riconosce l’immensa gloria di Dio e assicura pace agli uomini che “hanno buona volontà”. In tale dichiarazione quelli che hanno “buona volontà” beneficiano della gloria divina, quelli che non l’hanno rimangono senza, sono esclusi. Certo, uomini animati da desiderio di bene ve ne sono molti; altrettanti però hanno il desiderio opposto. Esso si manifesta nella prevaricazione, nella supremazia, nell’accaparramento dei beni, ecc. Tutto ciò non è certo “buona volontà”. Ma questa “cattiva volontà” - come chiamarla altrimenti? - che si manifesta presso i grandi che dominano il pianeta come presso gli umili che dominano le famiglie, che si rendono conniventi con la malavita, che disprezzano e imbrogliano i poveri, che pervicacemente rifiutano di capire la novità inesauribile dello Spirito che mediante la voce del Vicario di Cristo spira nelle plaghe della Chiesa dando spazio a quelle più sprovvedute spiritualmente e umanamente più povere di beni (e forse più ricche di Vangelo), da dove viene?
Andiamo per ordine. Anzitutto, gli “uomini di buona volontà” a cui l’inno augura pace sono gli “uomini”, cioè tutti, uomini e donne, buoni e cattivi, perché tutti sono amati da Dio. Non si tratta quindi di una distinzione, ma di una universalità. L’inno è cantato dagli angeli, in Luca 14 ed esposto nel greco corretto di questo colto autore: Doxa en upselois Theo kai eirene en andropois eudokias.
Quindi sono gli uomini oggetto della benevolenza di Dio, indipendentemente dai loro meriti; tant’è che il Figlio andrà in cerca della pecora smarrita e non si darà pace finché non l’avrà trovata, mentre il Padre abbraccerà il figlio scavezzacollo e dilapidatore. Chissà perché, la traduzione latina realizzata dai cosiddetti “Settanta” e da San Girolamo, muta il testo originario suddetto in Gloria in altissimis Deo, et in terra pax hominibus bonae voluntatis quasi che la buona volontà umana sia la condizione per la pace di Dio, come la traduzione italiana indice a ritenere.
Le asserzioni riguardanti la gloria di Dio presentano poi diverse sfumature di significato: ad esempio il fatto della visibilità della gloria è più o meno sottolineato nelle diverse ricorrenze. Così i pastori videro la gloria di Dio alla nascita di Gesù Cristo; Stefano vide la gloria e Gesù alla destra di Dio (At 7,55). Secondo l’Apocalisse (15,8) la gloria di Dio riempie il tempio ed illumina la nuova Gerusalemme (21,23). Inoltre l’uomo proclama la gloria di Dio con il proprio modo di agire (At 12,33) e in numerosi passi biblici le asserzioni sulla gloria di Dio rappresentano una constatazione e una lode di ciò che, grazie alla sapienza divina, esiste.
In particolare, nel Vangelo di Giovanni, Gesù parla della gloria che Egli aveva presso il Padre prima che il mondo fosse (17,5). La gloria del Verbo fatto carne si manifesta nei suoi miracoli (Giovanni usa sempre il termine “segni”, ad indicare che i prodigi di Gesù sono segni chiari della sua divinità) e in tutta la sua attività terrena, che è allo stesso tempo una glorificazione del Padre. Ma soprattutto attraverso la sua morte liberamente accolta sono glorificati Gesù stesso e il Padre.
Come Gesù, attraverso la sofferenza e la morte, è giunto alla gloria, così anche i credenti attraverso la sequela di Gesù prendono parte alla sua gloria. Ad una condizione, però: che veramente nel cuore e nella ragione di ogni credente alberghi un vittorioso senso di coraggio, di impegno, di sacrificio, di fedeltà. Questo significa, nel senso più comune, nel linguaggio quotidiano, essere “uomini di buona volontà”.
Essere cioè come le sentinelle che senza condizioni accolgono la fatica di credere (coraggio), che sono capaci di “perdere tempo” per Dio e per i fratelli (impegno), che sono pronti - in questo frangente storico ritorna l’ombra del prezzo da pagare per essere cristiani - a prendere tra le braccia la croce (sacrificio), a vivere con totale costanza la scelta cristiana operata con il Battesimo (fedeltà) e alimentata dall’Eucaristia.
Queste sono le “sentinelle” che ascoltano, amano e rendono effettiva già fin da ora la gloria di Dio, che un giorno sarà manifesta al mondo. Questi sono gli “uomini di buona volontà”, cioè gli uomini che sanno amare. E amare, il più delle volte, risulta il più costoso, talora il più lacerante, di tutti i compiti che l’uomo possa assumersi.
Per grazia abbiamo una moltitudine di esempi che ci spronano ad essere “uomini di buona volontà”, cioè amati dal Signore. Questi esempi sono i santi. Tanto quelli del calendario quanto quelli che si trovano tra la moltitudine di ogni razza, colore, lingua che non è possibile contare e che chiude trionfalmente l’enigmatico libro dell’Apocalisse. I santi sono le “sentinelle” che ascoltano e traducono a noi, in ogni tempo, da San Giovanni de Matha a San Massimiliano Kolbe - che ogni mattina appena levato adorava la gloria della Trinità con la fronte a terra - il parlare di Dio. E ce lo traducono in linguaggio umano.
Abbiamo poi il Santo, Cristo, il “pensoso palpito” (Ungaretti) che dà vita a tutto l’universo. Egli, come dono gratuito dell’amore del Padre, come espressione massima della sua gloria e della sua grazia, entra nella costituzione stessa dell’uomo, il quale dunque non si può definire senza riferimento a Lui. In altre parole l’uomo, non per la sua natura creaturale, ma per l’amore gratuito del Padre, in Cristo e per mezzo di Cristo, è stato elevato alla gloria di figlio di Dio e chiamato a vivere eternamente con Dio, partecipando come erede alla felicità di Dio-Trinità.
Questo è il suo unico fine: se lo raggiunge, facendosi “sentinella” di Dio, cooperando liberamente alla sua grazia e conformandosi a Cristo nella vita e nella morte, sarà pienamente felice e parteciperà della gloria di Dio. Se non raggiunge tale fine per sua colpa - per il suo rifiuto, cosciente ed ostinato, di credere in Cristo e di “camminare nella carità” come Cristo ha camminato col dare la sua vita per la salvezza degli uomini - si condanna alla morte eterna, all’esclusione dalla gloria di Dio e quindi al fallimento della sua vita.
Così Cristo, che rende anche noi partecipi della gloria del Padre, Egli che è “irradiazione della sua gloria e impronta della sua sostanza” (Eb 1,3), costituisce il senso profondo e ultimo dell’esistenza umana. Ecco perché, se, rifiutandolo, l’uomo vuole essere “senza Cristo”, si autoesclude dalla benevolenza divina e dalla gloria, cadendo così nel nulla della perdizione eterna.
Il nuovo anno ci apre ad una speranza nuova e allo stesso tempo antica, quella della gloria che passando per la nostra buona volontà - la benevolenza di Dio - si manifesterà in ciascuno di noi.

Franco Careglio

L'ULTIMO NUMERO

RUBRICHE
SERVIZI

Questo sito utilizza cookie, anche di terze parti, a scopi pubblicitari e per migliorare servizi ed esperienza dei lettori. Se decidi di continuare la navigazione consideriamo che accetti il loro uso Accetto