DIO RISPETTA LA LIBERTÀ MA CI VUOLE RESPONSABILI

t

ra i comportamenti che secondo il saggio Ben Sira (autore del Siracide dell’At) rendono autentico un uomo, vi è la franca ammissione della propria responsabilità. Ciascuno di noi, tuttavia, è non solo responsabile della “casa comune” (papa Francesco, enciclica Laudato si’, 24.5.2015), ma in verità è protagonista e regista di amare il creato, di abitarlo, di custodirlo e di migliorarlo per poterne ringraziare appieno l’Autore, per goderne i frutti e per trasmetterne la bellezza e il valore alle generazioni future.

Ben Sira ammonisce il suo lettore a non dare, per quello che egli è e fa, la colpa a Dio e a nessun altro. Avere il coraggio di assimilare e rendere operante questa idea (che non è ancora del Vangelo ma semplicemente del buon senso) è il primo passo verso la rigenerazione morale.

Sono moltissimi oggi, constatando il degrado della “casa comune”, a dare la colpa al sistema, ai condizionamenti psicologici, alle spinte sociali e ad altre cose ancora. La saggezza biblica non permette questi comodi e frettolosi disimpegni. La responsabilità della “casa comune” è nostra.

Tale responsabilità proviene anzitutto dal fatto che noi, e tutto quanto ci circonda, siamo creature. Il concetto di creatura racchiude tutte le cose create: cielo, terra, sole, luna, stelle, acqua, pietre e tutta la creazione animata.

Prima di tutto però l’essere umano, al quale Dio ha infuso il soffio della vita (vedi l’affresco di Michelangelo nella Sistina), ha donato ogni cosa creata, ha riscattato dalla sciagura del peccato attraverso il sacrificio del proprio Figlio, sua Parola irreversibile di vita e di risurrezione. “Infatti donandoci il Figlio suo, che è la sua unica e definitiva Parola, ci ha detto tutto in una volta sola e nulla più ha da rivelare. Fissa lo sguardo in Lui solo - dice il Padre -;  in Lui ti ho detto e rivelato tutto e vi troverai anche più di quanto chiedi e desideri” (San Giovanni della Croce, Salita al Monte Carmelo, II, 22).

Ogni creatura, animata o non animata, rimanda ad un aspetto determinato della creazione: essa è prodotta da Dio, è governata secondo un finalismo e viene da Lui conservata e condotta verso il compimento della sua finalità. L’affermazione biblica, riguardante la creatura, è dunque che Dio ha tratto le creature dal nulla e le ha ordinate ad un fine.

La creatura deve la propria esistenza all’agire divino non soltanto nel proprio inizio e nel proprio essere, ma anche nella sua singolarità, che la rende idonea a conseguire il proprio fine.

Servire vuol dire amare e viceversa. Amare anzitutto la Verità, stare lontani dal male in ogni sua forma, agire sempre secondo giustizia sono le immagini di Dio vissute non come coercizione ma come amore. Gesù è rispettoso della legge, e proprio per questo l’approfondisce, ne ricupera l’intenzione profonda, la purifica e la semplifica, andando dritto all’essenziale: l’eroismo della carità, la purità dei pensieri e non solo delle azioni, il coraggio della franchezza in ogni circostanza. In questo senso si comprendono le affermazioni riguardanti il prossimo, e quindi il comportamento civico, il rispetto del creato, la sacralità della vita.

Al contrario, le immagini idolatriche, in quanto creature dell’uomo, rivelano la transitorietà di chi le ha fabbricate (Rom 1,20-25). Il carattere creaturale dell’essere umano è dato, nella sua specificità, dal fine che gli viene fissato in Gn 1,26-28. La sua creaturalità non ha termine con il peccato, ma esige la redenzione. Il peccato è il tentativo, da parte dell’uomo, di disconoscere la propria condizione di creatura e di svincolarsi dal proprio Creatore, ripiegandosi su se stesso; ma in tal modo l’uomo naufraga nel buio totale. Soltanto sentendo il bisogno di essere liberato dalla falsità e dalla tenebra l’uomo può diventare una creatura nuova (2 Cor 5,17; Gal 6,15; Col 1,15). L’intera creazione è colpita dal peccato dell’uomo, per il fatto che l’uomo rinnega anche la condizione creaturale di essa, utilizzandola senza tenere conto del suo fine specifico, svilendo e disprezzando così il disegno del Creatore.

Questo è l’aspetto più grave del peccato, cioè il non tenere conto del fine per cui un campo, una sorgente, un fiume, una foresta sono stati creati. Come insegna papa Francesco, nell’enciclica suddetta, “L’essere umano dispone in sé di una identità personale in grado di entrare in dialogo con gli altri e con Dio stesso. La capacità di riflessione, il ragionamento, la creatività, l’elaborazione artistica e altre capacità originali mostrano una singolarità che trascende l’ambito fisico e biologico.

A partire dai testi biblici, consideriamo la persona come un soggetto, che non può mai essere ridotto alla categoria di oggetto.

Sarebbe però anche sbagliato pensare che gli altri esseri viventi debbano essere considerati come meri oggetti sottoposti all’arbitrario dominio dell’essere umano. Quando si propone una visione della natura unicamente come oggetto di profitto e di interesse, ciò comporta gravi conseguenze per la società. La visione che rinforza l’arbitrio del più forte ha favorito immense disuguaglianze, ingiustizie e violenze per la maggior parte dell’umanità, perché le risorse diventano proprietà del primo arrivato o di quello che ha più potere: il vincitore prende tutto” (nn. 81-82).

La saggezza di queste parole non ha bisogno di commenti. Ha bisogno soltanto di essere attuata, sia nella nostra quotidianità, nel nostro modo di rapportarci con la terra, con le piante, con l’ambiente, sia a livello dei grandi, i quali dovrebbero rendersi conto pienamente dell’enorme responsabilità che hanno. Ma noi, gli umili della terra, impegniamoci a “quell’ideale di armonia, di giustizia, di fraternità che Gesù propone” (n. 82). Infatti, insegna ancora il Santo Padre: “Non può essere autentico un sentimento di unione con gli altri esseri della natura se nel cuore non vi è tenerezza, compassione e preoccupazione per gli esseri umani. È evidente l’incoerenza di chi lotta contro il traffico di animali a rischio di estinzione, ma rimane del tutto indifferente davanti alla tratta di persone e si disinteressa dei poveri. Ciò mette a rischio il senso della lotta per l’ambiente. Tutto è collegato. Per questo si richiede una preoccupazione per l’ambiente unita al sincero amore per gli esseri umani e un costante impegno riguardo ai problemi della società” (n° 91).

Verissimo, tutto è collegato. In modo particolare è collegato il mondo odierno ai nostri figli, ai nostri nipoti, ai posteri il mondo che loro lasceremo. Questo deve farci sentire enormemente responsabili. Giusto preoccuparci per il futuro, ma molto è già possibile fare oggi: è possibile convertirci, vincere il nostro peccato, costruire comunità cristiane veramente evangeliche, promuovere nella società un processo di giustizia che aiuti a ben vivere e non a ben morire.

Franco Careglio

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