IL DIO VIVO E VERO E IL VOLTO DEGLI IDOLI

Molte volte può e deve essersi presentato alla coscienza del credente un interrogativo di questo genere: noi credenti siamo veramente quello che diciamo di essere oppure ci camuffiamo con comode maschere che ci mostrano al mondo quello che dovremmo essere mentre per opportunità nostra o per convenienza sociale siamo tutt’altro? 

Si parla molto - e giustamente, sia chiaro - dell’amore per l’uomo. Quante volte lo si ascolta negli incontri parrocchiali, nelle conferenze, nelle lectio divine. Il problema è che cosa vuol dire amare l’uomo, che cosa è e che cosa cerca l’uomo che dobbiamo amare. Vi è una forma di amore che risulta essere sopraffazione: si ama il prossimo con l’idea di renderlo simile a noi, di inserirlo nei nostri progetti, di mobilitarlo per le nostre strategie. Ma il prossimo in sé, che attende? Da noi si attende quello che noi siamo, dei poveri che si sforzano di liberare gli altri poveri.

Dovrebbe risultare chiaro che è fonte di sapienza il tentare di coniugare, come è nella volontà del Signore (vedi lo straniero che si ferma, scende da cavallo e si prende cura del malcapitato), i due precetti - amore di Dio e amore del prossimo - al punto che essi siano un solo precetto. Per sapere se un cristiano ama veramente Dio, occorre sapere se ama l’uomo; per sapere fino a che punto ama l’uomo, occorre sapere se conosce e ama Dio.

Paolo dice ai cristiani di Tessalonica che si devono convertire allontanandosi dagli idoli per servire il Dio vivo e vero (1Ts 1,9). Il primo e più feroce idolo dal quale liberarci siamo noi stessi. La nostra volontà di dominio, il nostro desiderio di supremazia, la nostra cupidigia (non solo di denaro) ci impediscono la destrutio idolorum che è il primo compito della fede. Soltanto distruggendo gli idoli che tanto amiamo possiamo amare Dio e il prossimo. 

Eppure sappiamo quale è il momento - verrebbe da dire quale è stato, ma va detto qual è - in cui la distruzione degli idoli è stata radicale al massimo: l’ora della morte di Gesù di Nazaret. In quel momento gli idoli sono stati tutti distrutti: l’idolo della teocrazia di Israele, l’idolo dell’impero romano e l’idolo di dio, il dio che deve scendere dal cielo per salvare il giusto. Gesù ha distrutto la religione intesa come idolatria. Meditare sulla Croce del Signore significa ritrovare il luogo di verifica della fede per distruggere gli idoli.

Amare il prossimo è prima di tutto amarlo come Gesù lo ha amato. Sappiamo bene che non è facile, ma Egli non ci ha chiamati alle cose facili. La croce ne è l’esempio più eloquente. Un Dio che nasce nudo come un fanciullo qualsiasi, per di più con tutti i disagi e i rischi di una nascita in una grotta, e che muore nudo, subendo una morte orribile e infamante, possibile che non ci stimoli a mostrarci nella verità del nostro essere poveri, pur non mancando materialmente di nulla? Cominciamo con il mostrarci incapaci, sprovveduti, privi di formule per cambiare società e mondo, provvisti solo della Parola di Dio. Gettiamo la maschera della nostra presunzione che ci abilita ingannevolmente all’onnipotenza e riconosciamoci poveri, nudi e privi di tutto. Crediamo di possedere le cattedre, ma ci accorgiamo di non avere neppure i banchi di scuola. La ricomposizione della coscienza cristiana parte proprio da qui: dall’eliminare tutte le immagini che di noi ci siamo costruite per tornare ad essere verità, ad essere noi stessi, a non aver timore di appendere un crocifisso ad una parete pubblica (cosa che pare dia più fastidio a certi politici che ai musulmani).

Gesù irradia uno sguardo che ci configura in una nuova identità: quella dei poveri, privi di maschere, siamo quello che siamo, buoni o meno buoni. Egli ci chiama, il suo sguardo si fa voce. Nel giudaismo contemporaneo a Gesù erano i discepoli che cercavano e si sceglievano il maestro. Ancora una volta il tratto di Gesù è tipicamente divino: così fa Dio, che ci ama per primo e si pone Lui alla ricerca di noi, pecore facili a sbandare e a perdersi. Come è possibile allora camuffarsi? La chiamata non è un successo dell’uomo: è un dono, vera grazia di Dio. Non è il maestro che viene conquistato dal discepolo, ma il discepolo che viene afferrato dal maestro. La sequela non è un’autonoma iniziativa del discepolo, ma è risposta al maestro che passa e chiama. Come ci si può mostrare allora altro da ciò che siamo? Come porre sul nostro volto eleganti e inutili ipocrisie?

Gesù sceglie dei discepoli che solo la nostra fantasia epica mette su un piedistallo: erano povera gente! In questo elenco c’è un cananeo, cioè un profugo venuto da un paese nemico; c’è uno strozzino, cioè un pubblicano odiato da tutti, specie dai farisei, perché collaborava col nemico; c’è perfino uno zelota - diremmo noi, oggi, con termine moderno -, un guerrigliero. Di questa fatta erano gli apostoli: una manciata di uomini tratti non dai ceti culturali, religiosi, dominanti, ma dal basso, dalla ciurma, dalla turba stanca.

Egli li chiamò ed essi obbedirono: entrarono nella sola obbedienza che è libertà, e senza porsi delle maschere. Perché la parola di Dio è, per il cristiano, liberazione da ogni sudditanza, da ogni ossequio all’idolatria, da ogni maschera che nasconde - magari per vergogna - la sua provenienza dall’umiltà, cioè dalla terra, dall’humus. Non viene il cristiano dalla forza, dal potere, dalla supremazia. Viene, come il suo Maestro, dalla povertà, dalla durezza del lavoro, dalla fuga dalla mano dei potenti che non possono né capire né ammettere l’umiltà.

Il cristiano ha il suo distintivo nel liberarsi costantemente dai faraoni - oggi più logico dire dalle maschere - che gli occupano l’anima e il corpo.

Potremmo dire, concludendo, che il compito del popolo di Dio è quello di spezzare la catena della fatalità. Sulle catene della fatalità gli uomini religiosi mettono i fiori. Noi cristiani dobbiamo togliere i fiori e spezzare le catene. Questo è l’annuncio messianico. Dare ad ogni uomo la dignità della speranza e gli strumenti per realizzarla. Con coraggio e forza inaudita lo fecero i santi come Giovanni de Matha un tempo, il Beato Josef May-Nusser nel 1944 (1910-1945, beatificato il 18.3.2017), altoatesino che rifiutò di giurare fedeltà ad Hitler e morì per maltrattamenti mentre veniva condotto su di un vagone al campo di concentramento.

Questi sono uomini senza maschere. E mettono a soqquadro la società, semplicemente per una ragione: perché si chinano accanto all’ultimo e gli restituiscono la coscienza che sperare è un dovere e un diritto.

Se noi, che ci diciamo cristiani, abbiamo una ragion d’essere, essa è questa: imitare questi uomini, che non indossarono maschere e furono cristiani fino all’ultimo. Questo è il popolo del Signore, popolo santo, regale, profetico e sacerdotale come ad esso viene consegnato nel Battesimo.

 Franco Careglio

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