AMARE LA VITA PER SERVIRE I POVERI

La storia della salvezza si muove su questi tre fondamentali princìpi: l’intenzione eterna di Dio riguardo alle creature; il peccato che è la contraddizione a tale Sua intenzione e la salvezza che è l’adempimento delle intenzioni di Dio.
Anche soltanto sfogliando la Bibbia possiamo riconoscere questi fondamenti della nostra vita di fede, liberandoli dalle interpretazioni scorrette e dalle utilizzazioni individualistiche utili a giustificare la nostra condotta ma che li rendono quasi improponibili all’uomo di ogni tempo.
È vero che la Parola di Dio in quanto urta contro l’uomo nella sua sufficienza è sempre, per così dire, inattuale, e non dobbiamo forzarla mai per renderla accettabile e gradita a chiunque, buono o cattivo, giovane o anziano, ricco o povero, menomandola così del suo significato intrinseco. Ma vi è anche un modo illecito di rendere la Parola di Dio distante dall’uomo, o contraria alla sua sensibilità, ed è quello di imprigionarla nelle nostre personali e comode preferenze, di farla strumento per giustificare il nostro modo feriale e “pacifico” di vivere. Allora chi la respinge non pecca contro la luce, protesta contro di noi, contro il nostro abuso. Infatti, la prima verità che la Bibbia ci propone è che Dio è amante della vita e che nessuna cosa potrebbe sussistere se non fosse voluta da Dio. Perciò l’esistenza, in quanto tale, porta il segno di un amore che presiede alle cose, le sorregge dall’interno. Comunque questo rapporto si possa spiegare filosoficamente, noi credenti ci afferriamo a questa straordinaria verità: che le cose sussistono perché Dio le ama (tutte le cose, senza discriminazioni), e che il trionfo della vita è il segno principe dell’intenzione di Dio.
A conforto di ciò, si consideri la scelta di San Giovanni de Matha: egli comprese l’amore infinito di Dio per tutti gli uomini, indipendentemente dal colore della pelle, dalla cultura e pure dalla religione; San Francesco d’Assisi, che senza armi e senza spavento si avvicinò ad un principe musulmano proponendogli l’unica verità del Cristo.
Per venire vicinissimi a noi si consideri la fede del prof. Enrico Medi (1911-74), illustre scienziato, che durante le pause dei convegni di studio recitava il rosario; il Beato Teresio Olivelli (1916-45), che non ebbe paura di testimoniare l’amore di Dio per ogni singola persona e venne ucciso in un campo di concentramento (è stato beatificato lo scorso 3 febbraio); infine il giovane Piergiorgio Frassati (1901-25, beatificato 20 maggio1990), borghese ricco e colto che avrebbe potuto condurre una vita tranquilla e invece dedicò la sua breve esistenza a Dio nella preghiera e ai poveri nel soccorso.
Proprio quest’ultimo santo, questo giovanotto estroverso, innamorato di Dio, della creazione e della vita ci interpella su di un problema che la “prudenza” ci invita a sorvolare, perché veramente scomodo. Grazie a Dio, Papa Francesco ci insegna che la “prudenza” non è la virtù che rende timorosi di accogliere la Parola sconcertante del Signore, che dichiara beati i poveri e ammonisce severamente i ricchi.
Con Papa Francesco inoltre - e si perdoni una digressione non inutile - la Chiesa si inserisce nel mondo moderno senza minimamente indulgere agli errori, ma con la certezza che il suo compito non è tanto quello di condannare e di troncare quanto di interpretare i segni positivi del mondo moderno per favorirne l’edificazione nel tempo e la salvezza nell’eternità.
Ma torniamo all’ammonizione ai ricchi, di coloro cioè che detengono le redini della finanza mondiale e locale (e la Sacra Scrittura, anche nell’At, abbonda di tali ammonizioni).
Già, dirà qualche concreto parroco, ma se io parlo in questo modo, chi me lo ristruttura il campanile? Chi mi ricostruisce la canonica? Considerazioni legittime.
Erano già quelle alle quali era stato costretto Renzo, fuggendo da Milano: “Io ammazzare tutti i signori! E chi darebbe da mangiare ai poveri”? (Promessi Sposi, cap. XVII).
Ma Renzo, come la moltitudine dei poveri educati a venerare i “signori”, non poteva pensare certo alla contrapposizione, ormai di misura mondiale, tra l’Epulone e Lazzaro (Lc 16,20). Di fronte alla potenza della ricchezza, alla sua aggressività, alla sua manipolazione delle stesse coscienze, oltre che dei corpi, il giudizio di Dio è un giudizio di condanna, che non si risolve in sola enunciazione di deplorazioni.
Le ricchezze della terra sono un bene comune dell’umanità, come già insegnavano i teologi del Medioevo (epoca alla quale oggi con le nostre bombe e le nostre prevaricazioni dovremmo guardare con profondo rispetto, perché fu proprio in quell’epoca che il cristiano capì l’insidia terrificante della ricchezza - San Francesco - e la sopraffazione distruttiva dell’uomo sull’uomo - San Giovanni de Matha -). Non vi è nessun fondamento filosofico o biblico all’abusivo privilegio degli “Epuloni”, incapaci di accorgersi dei “Lazzari”: tutti gli uomini hanno diritto ad usufruire dei beni della terra.
Una visione politica, realistica, che tenga conto del quadro generale dell’umanità, ci obbliga a tenere conto di un processo che ha i caratteri della necessità storica, oltre che morale: questo processo pare essere fondatamente un progressivo impoverimento del mondo a cui noi occidentali apparteniamo e un progressivo, seppur faticoso, elevamento del tenore di vita della sterminata moltitudine dei “Lazzari” che sono numericamente la maggioranza dell’umanità. Questo processo, assunto come criterio di misura delle politiche particolari, fa appello alla coscienza di ogni uomo di buona volontà e in particolare a noi credenti nel Vangelo di Cristo, che contiene una così esplicita condanna degli “Epuloni” e altrettanto una esaltazione totale dei “Lazzari”. Qual è questo appello? Occorre modificare, se si vuole davvero puntare su nuove forme di solidarietà, la qualità della vita.
Noi cristiani non possiamo accettare che esistano organizzazioni criminali che sfruttano l’indigenza dei popoli che giungono in questa vecchia Europa. Occorre quindi una politica di partecipazione, dove i beni non vengano disprezzati e peccaminosamente sprecati, ma indicati come mezzi di comunione tra gli uomini, come strumenti di scambio, come comune possesso della famiglia umana.
E il sorgere spontaneo e gratuito di tante associazioni nelle nostre città che si prodigano per gli innumerevoli poveri, i senza fissa dimora, gli ammalati, i disoccupati delle stesse nostre città dimostrano che il mondo cristiano sta trasferendosi nella giurisdizione del povero Lazzaro.
Non voglia però il Signore che diventiamo maestri dei Lazzari per farli diventare Epuloni. Occorre invece liberare i Lazzari dalla volontà di occupare al banchetto il posto lasciato libero dagli Epuloni. Un compito nostro, inalienabile, è quello di mostrare la possibilità di forme di esistenza che scartino radicalmente il modello proposto e propagato dagli Epuloni; un modello in cui il rapporto con il creato, il rapporto con gli uomini e l’uso dei beni diventino espressioni e garanzie di autentica umanità. In altre parole si dimostra sempre più vera la Parola che ci ricorda che nessuno tra loro era bisognoso, perché tutti disponevano del necessario (At 4,32-35).
Utopia? Giovanni de Matha e Francesco d’Assisi nel Medioevo, Piergiorgio Frassati ieri, Don Oreste Benzi e Don Tonino Bello oggi, hanno dimostrato che non lo è. Come? Amando la vita.

 Franco Careglio

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