IL LAVORO COME CULTURA CHE RENDE PIù BELLA LA VITA

Promuovere lavoro per la persona e la vita sociale. È uno degli impegni in questo tempo più assillanti e urgenti per il cristiano e per ogni persona che - credente o meno - abbia a cuore la serenità della vita del mondo contemporaneo. Dinnanzi ad una tale impari lotta sgorga immediatamente dalla voce di molti l’obiezione comune “che posso farci io”.

Frase pilatesca che non solo deresponsabilizza la persona ma che contribuisce ad alimentare il clima di sfiducia e di depressione del quale il nostro tempo soffre. Non può essere quindi la risposta del cristiano.

Il terremoto che nell’estate 2016 è tornato a colpire duramente l’Italia, ha colto il nostro Paese in una condizione sociale ed economica fortemente provata dalla crisi. Osserviamo oggi, soprattutto in questa prima parte del 2018 segnata dalle scelte politiche a cui è stato chiamato il popolo italiano, un comprensibile e timidamente fiduciosa ansia volta a scrutare, dunque quasi anticipare, i segni di uscita dal tunnel in cui ci troviamo. Infatti non mancano le voci che si arrischiano in previsioni quasi rasserenanti, che tutti naturalmente vorrebbero vedere confermate. Eppure è questo il momento in cui la crisi tocca in modo più diretto, anche cruento, la realtà ordinaria delle famiglie per le quali si auspica un fisco e una disciplina tributaria più equa. Da questo dato inizia il tentativo faticoso di risalita.

In questo periodo i parroci si sono recati nelle case per la benedizione e l’augurio pasquale. Si tratta di un incontro che, oltre a tentare un accostamento alla gente “che non viene mai o quasi mai in chiesa”, si rivela estremamente utile per valutare lo stato di salute delle famiglie. Quante situazioni di sofferenza - dalla malattia alla mancanza di lavoro, alla latitante serenità familiare, ai lutti - i parroci hanno colto e, ovviamente in base alla propria sensibilità - se ne sono resi partecipi. Una statistica dei generi di sofferenza vede al primo posto la mancanza di fiducia nel domani dei figli, la solitudine di molti anziani, il venir meno della speranza, la delusione per le innumerevoli promesse dei governanti mai mantenute. E naturalmente la scarsità, salvo alquanto rare ma consuete eccezioni, di disponibilità finanziaria.

Effettivamente la disoccupazione sta intaccando anche le zone a più radicata tradizione industriale. Contraendosi gli ordinativi e le commesse, dalle imprese non può non venire azionata la leva occupazionale - vale a dire riduzione del personale - talora in tempi e modi alquanto sbrigativi, come si trattasse di alleggerire la nave di futile zavorra. Invece, proprio il patrimonio di conoscenze e di esperienza garantito dalle persone che lavorano sarà la base realistica da cui ripartire, una volta passato il peggio. Intanto, a patire le maggiori ripercussioni è la vasta fascia dei precari. È noto come nell’ultimo decennio, anzi poco più, i posti di lavoro flessibili avessero fornito un apporto decisivo alla riduzione della disoccupazione, che ora, ormai da anni, va registrando un brusco aumento dovuto principalmente alla perdita di posti di lavoro non garantiti. Per questi lavoratori gli ammortizzatori previsti sono davvero modesti. Ma l’incertezza ha da tempo attecchito anche nell’area del lavoro stabilizzato, che sta infatti conoscendo l’inquietudine della cassa integrazione, quando non del licenziamento. Riferendosi a questi fenomeni, Benedetto XVI in visita il 24 maggio 2009 a Montecassino, invitava “i responsabili della cosa pubblica, gli imprenditori e quanti ne hanno la possibilità a ricercare, con il contributo di tutti, valide soluzioni alla crisi occupazionale, creando nuovi posti di lavoro a salvaguardia delle famiglie”.

Più recentemente, il 27 maggio 2017, durante la sua visita a Genova, Papa Francesco parlando ai lavoratori dell’Ilva, ha detto: “Il lavoro è una priorità umana. E pertanto è una priorità cristiana, una priorità nostra, perché viene da quel primo comando che Dio diede ad Adamo: va, fa crescere la terra, lavorala, dominala. Dove c’è un lavoratore, lì c’è l’interesse e lo sguardo di amore del Signore  e della Chiesa. Mi è stata posta una domanda da parte di un imprenditore”. Scriveva: “Migliaia, milioni di individui lavorano, producono e risparmiano nonostante tutto quello che si può inventare per scoraggiarli, incepparli. È la vocazione naturale che li spinge, non soltanto la sete di guadagno. Il gusto, l’orgoglio di vedere la propria azienda prosperare, ispirare fiducia a clientele sempre più vaste, costituiscono una molla di progresso altrettanto potente che il guadagno. Se così non fosse, non si spiegherebbe come ci siano imprenditori che nella propria azienda prodigano tutte le loro energie e investono tutti i loro capitali per ritirare spesso utili di gran lunga più modesti di quelli che potrebbero sicuramente ottenere con gli altri impegni”.

Una grande, interminabile quantità di domande venne rivolta a Papa Francesco, dai lavoratori di Genova, dalle tradizioni storiche e sociali eccelse, e che oggi, come moltissime altre, conosce una fatica enorme nel far fronte alle più enormi difficoltà. Papa Francesco, come suo solito, rispose con pazienza e chiarezza a tutti e dalle sue parole possiamo anche tutti noi trarre stimolo, conforto e soprattutto speranza per non lasciarci vincere dalle reali e opprimenti difficoltà.

Meriterebbe, ma ci porterebbe troppo distante e richiederebbe troppo tempo, una rilettura di un’enciclica di San Giovanni Paolo II, che a suo tempo fece anche alquanto discutere: Laborem exercens e già circa quarant’anni fa il Papa prevedeva le problematiche oggi puntualmente verificatesi.

In definitiva, che cosa ognuno di noi può fare? Come intervenire mediante strategie adeguate?

Vi è bisogno anzitutto di incarnare sui vari fronti una speranza che non si riduca all’attesa degli eventi, superando la logica del fatalismo e una ricorrente depressione psicologica e morale.

Si pensi a santi - uomini come noi - quali Santa Francesca Saverio Cabrini (1830-1917), capace di dare vita ad un istituto dedito al sostegno dei migranti negli Usa all’inizio del Novecento, al gesuita Sant’Alberto Hurtado Cruchaga (1901-1952), che lavorò in Cile e in Spagna, animato da un profondo amore personale per Cristo e, proprio per questo, caratterizzato da una grande dedizione ai poveri ed abbandonati, da un vivo senso di giustizia sociale cristiana, da un san Benedetto (480-540), che costituì il monastero come una cittadella ove ognuno aveva precisi diritti e doveri di libertà e di lavoro, il B. Contardo Ferrini (1859-1902), brillante avvocato che coniugò fede e scienze sociali ed economiche sulla scorta del Beato Giuseppe Toniolo. Uomini e donne, insomma, di ogni estrazione e famiglia che seppero sintonizzarsi sull’idea che ogni crisi, in ogni epoca, può anche essere un’opportunità concreta per cambiare in meglio e in modo più stabile gli equilibri del vivere comune e gli stili personali - anche all’insegna di una ritrovata, maggiore sobrietà -; allora questo tempo e le sue asperità non si saranno presentate invano.

 Franco Careglio

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