LA GIOIA DEL LAVORO UN BENE DEL CUORE

Oltre al suo posto indispensabile nella società, il lavoro è costruttivo e formativo per la persona. La questione del lavoro non è solo fondamentale, ma dirimente: senza lavoro, infatti, non è possibile un progetto di vita. Si tira a campare senza avere una dignitosa autonomia, quasi sempre la mancanza di lavoro impedisce di formare una famiglia e di sostenerla. Cresce nell’anima il senso di incapacità e, con esso, di inutilità sociale. Pian piano si scivola in un mondo invisibile agli occhi di una società che mira soltanto ai risultati economici e per i quali sacrifica anche le persone. In questo orizzonte, il messaggio è che di loro - giovani o adulti disoccupati - la società non ha bisogno.
È sotto gli occhi di tutti che - nonostante i segnali positivi circa una certa crescita economica - la disoccupazione resta una questione dolorosamente aperta e spinosa. Un Paese in cui l’occupazione non sia alla portata di tutti, va verso la recessione e l’impoverimento economico, culturale e antropologico, perché non sa mettere a frutto il capitale umano che è la prima ricchezza di un popolo.
Di qui si comprende come il lavoro non sia soltanto il mezzo senza il quale non è dato sostenersi, ma è altrettanto l’espressione più vera dell’animo umano, la dimensione entro la quale la persona si realizza, l’opportunità ineguagliabile che la persona ha di donare se stessa. Si pensi al benessere senza pari che riempie l’animo di chi ha svolto il proprio impegno e torna a casa alla sera certamente stanco ma ancor più contento. E va ripetuto, non si tratta di una pura questione economica, pur indispensabile, ma ben più di un vero senso di completezza che riempie il cuore e la mente.
Di qui la cosiddetta “gioia del lavoro”, espressione che molte volte si trova nei cosiddetti ricordini funerari - si scusino le parole non entusiasmanti - allorché si legge: “L’amore della famiglia, la gioia del lavoro, il culto dell’onestà furono realtà luminose della sua vita”.
A parte il riferimento - va ripetuto - non felice, quella del lavoro è veramente una gioia purissima. Non se ne apprezzerà mai abbastanza il valore. L’alzarsi al mattino, sapendo che una scrivania o un banco o altro strumento attende la nostra dedizione, rassicura il pensiero e dona un senso di pienezza alla nuova giornata che ci attende. Di qui la pace spirituale che ridonda nell’animo del lavoratore: sapere di essere atteso e di essere utile può - per il credente - trasformarsi in autentica preghiera. Quanti sono i lavoratori e le lavoratrici che compiono lo sforzo di alzarsi mezz’ora prima per poter partecipare all’Eucaristia! Il parroco attento e sensibile lo nota e ne ringrazia il Signore. I sacerdoti che, nelle grandi città curano una parrocchia, non possono non accorgersi di questo confortante fatto: gente che inizia la giornata nel migliore dei modi, cioè partecipando all’Eucaristia. Probabilmente è uno dei frutti più significativi e forti dello Spirito di Dio, che ha fatto sì che il lavoro non sia più visto come una “maledizione” (Gen 3,19) ma come una benedizione. Gesù stesso ha lavorato e piace moltissimo il pensare al giovane “figlio del carpentiere” che ogni mattina, sotto la guida saggia e precisa di Giuseppe, reggeva ed usava gli attrezzi per modellare il legno.
Grazie alla redenzione, il lavoro dell’uomo diventa benedizione divina, realizzazione della persona nella comunità e per la comunità umana, un “fare” che si modella nel “fare creativo” di Dio. Dio con la sua parola creatrice interviene nel caos cosmico (Gen 1) e storico (Es 1-3) a produrre ordine, luce, vita, gioia e libertà umana. Cristo è chiamato “a fare l’opera del Padre” (Gv 14). Nella Sacra Scrittura la “parola” è fattiva, operosa: l’esatto contrario della parola vuota, pigra, oziosa, falsa che non produce nulla.   
Tutti i santi hanno costantemente lavorato. Si pensi alla quantità di missionari, ad esempio i Trinitari in Madagascar e i Francescani in Kenia, quanto hanno faticato, fisicamente e spiritualmente, per donare dignità e fiducia ai popoli loro affidati dalla Provvidenza. Gesù, come detto, lavorava come falegname e, come tutti gli ebrei, apprezzava il lavoro manuale e artigianale. Paolo ci teneva a guadagnarsi da vivere lavorando con le sue mani, anche per essere d’esempio, e dichiarava: “Chi non vuol lavorare, neppure mangi” affermando così un principio di uguaglianza e di rispetto dell’uomo e della sua dignità. Il riferimento è al lavoro manuale, che viene apprezzato e in base al quale si ribadisce un principio fondamentale d’ordine sociale: “L’operaio ha diritto alla sua ricompensa” (Lc 10,7).
Oggi il lavoro manuale non ha più quella considerazione che alcuni decenni or sono aveva. Sarà anche a causa della globalizzazione o di che altro, ma un dono immenso è l’istruzione, un dono più grande è il lavoro. Cioè dobbiamo considerare un’occupazione giusta, ma con altrettanta determinazione dobbiamo tutti lavorare con professionalità e impegno, senza il desiderio del prestigio. L’obiettivo, specialmente per i giovani, di compiere dei lavori che corrispondano in pieno alla propria preparazione e alle proprie attese è comprensibile ma, se diventa facile rifiuto di opportunità possibili, si rischia di non cominciare mai rimanendo sempre in attesa: passano allora gli anni e la fiducia viene meno. Ed ecco che allora si ricorre, non di rado, all’illusoria scappatoia del gioco d’azzardo, che purtroppo da tempo la società incentiva. Con la connivenza, va detto, dello Stato.
Chiediamo ai nostri santi che ci infondano sempre più la gioia del lavoro assiduo. L’approccio all’occupazione non può essere né fallace, né mercantile: deve ispirarsi ad una visione non individualistica, cercando una non facile ma possibile compenetrazione tra il reddito aziendale e il beneficio di tutti. In questo, la Chiesa offre il patrimonio del Vangelo che ha generato civiltà e cultura, lavoro, giustizia, arte e gioia.

 Franco Careglio

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