SCEGLIERE DIO PER LA VITA NON PERDERLO MAI DI VISTA

Il mezzo migliore per combattere il peccato, danno che si fa a se stessi, è uno soltanto: avere sempre dinnanzi agli occhi della mente la presenza di Dio. La consapevolezza che Dio è presente in noi ogni momento della giornata dovrebbe di per sé essere sufficiente per allontanare il morbo pestifero che ci aggredisce, ci avvilisce ed amareggia. In altre parole si può fare nostro l’antico detto di San Benedetto (480-547) che riassume in modo efficacissimo l’obiettivo non solo del monaco ma del cristiano: “Nulla anteporre a Cristo”.
Sfortunatamente sono molte le calamite che attraggono il nostro animo e non verso la verità. L’articolo 1866 del Catechismo della Chiesa cattolica le chiama “peccati capitali”. Essi sono la superbia, l’avarizia, l’invidia, l’ira, la lussuria, la golosità e la pigrizia o accidia. Sono detti “capitali” perché da essi deriva una quantità incredibile di altri peccati e altre inadempienze.
Oggi, immersi come siamo in una cultura che ha come primo idolo il proprio io, è talmente labile la differenza tra il bene e il non bene, che risulta facilissimo ritenere valido ciò che piace, che per questo unico motivo diventa bene. I primi sei peccati sono sciaguratamente molto comuni e riuscire a far fronte a superbia, invidia ed avarizia che sono le tre faville c’hanno i cori accesi (Inferno, VI, 74-75) non è facile. Soltanto l’accoglienza di Dio nella nostra vita riesce ad arginare o ad eliminare i danni di queste tristi realtà. Ciò significa custodire e coltivare attentamente la fede, difenderla da ogni pur minimo soffio che la possa attenuare. Ed a ciò è indispensabile la frequenza ai sacramenti e la meditazione della Parola.
Dell’ultimo peccato, l’accidia, si parla meno, si avverte meno, risulta da parte di molti cristiani quasi inesistente. Dante (si consenta quest’altra citazione, avvicinandoci al VII centenario della morte del Sommo Poeta – 2021) lo accomuna, seguendo la teologia di San Tommaso, alla tristezza, non però causata da sventure, ma da una specie di odio verso la vita:

...“Tristi fummo
nell’aere dolce che dal sol s’allegra,
portando dentro accidioso fummo:
or ci attristiam nella belletta negra” (Inferno, VII, 121-124)

La belletta negra è il fango in cui sono immersi questi peccatori che non videro altro, della vita, che i risvolti negativi e non la amarono. E ora gorgogliano nella strozza questo inno (detto così sarcasticamente dal Poeta) non potendo esprimerlo con chiarezza e neppure amarezza.
Va detto, tuttavia, che esistono due generi di accidia: uno fisiologico e uno spirituale. Il primo è quello che clinicamente è detto “depressione”, una delle patologie neurologiche più devastanti, che riduce l’animo umano ad un cencio; il secondo può definirsi come uno stato psicologico-spirituale di noia e di incapacità di produrre atti di devozione e opere di misericordia. Parecchi mistici la chiamano “aridità spirituale”, descrivendone gli effetti di noia e scoraggiamento che avvolgono l’anima rendendola incapace di compiere i doveri per i quali dovrebbe essere libera. E questa è dichiaratamente quella sensazione negativa che viene detta accidia.
In una pagina di carattere autobiografico San Bernardo (1090-1153) descrive i vari sintomi di questa situazione: “Mi ha invaso questa languidezza e ottusità della mente, questa debolezza e sterilità dell’anima. Come si è asciugato così il mio cuore? È tale la sua durezza che non riesce a commuoversi né a versare una lacrima. Non trovo più gusto nel salmodiare, la lettura spirituale mi risulta insipida, la preghiera ha perso per me il suo incanto. Mi sento pigro nel lavoro manuale, sonnolento nelle veglie, propenso ad arrabbiarmi, ostinato nella mia avversione” (S. Bernardo, Sermone sul cantico dei cantici, 54). E che dire di San Giovanni della Croce (1542-1591) con la sua Notte oscura e di Santa Teresa d’Avila (1515-1582) con quanto si legge nella Vita? Anche i santi, dunque, hanno fatto esperienza dell’accidia, che per loro non fu altro che una stasi del tutto temporanea del cammino spirituale.
Brevemente è utile fare mente locale sull’accidia odierna di tanti cristiani che avvertono una specie di disgusto per l’impegno spirituale a causa degli sforzi fisici richiesti per svolgere con gioia i doveri della vita cristiana.
Le cause potrebbero benissimo ravvisarsi nella estrema facilità con cui oggi ci si mette in comunicazione con tutto il mondo e non vi è più alcun bisogno di fare anche solo il gesto di estrarre un libro dalla biblioteca per conoscere biografie e informazioni.
Potrebbe sembrare un’analisi banale ma non lo è. Allorché un valore così bello e costruttivo come l’amicizia richiede soltanto un click in facebook, come immaginare che l’amicizia continui ad essere importante ed arricchente? Lo stesso dicasi per qualsiasi ricerca scientifica, per la quale basta digitare il tema e tutto appare come per incanto senza il minimo sforzo.
Da questi presupposti si spiega l’accidia, che rende incapaci di interessarsi umanamente a qualsiasi cosa sprecando il tempo in inutili chiacchiere e senza ascoltare la voce della coscienza che invano induce ad occuparsi della verità. L’unica via per potersi liberare da questa infausta catena è l’ascolto della Parola di Dio che non cessa di comunicare al cuore il supremo valore della carità, la virtù contrapposta all’accidia, ancora ricorrendo a Dante (Purgatorio XIII, 28-33) ma contrapposta pure all’invidia. Insomma, è la sollecitudine.
L’impegno dei cristiani è quindi quello di dimostrare con i fatti la carità. Nessuno è lontano, nessuno è nemico, nessuno è diverso. Il buon samaritano non stette a verificare se quel malcapitato fosse o non fosse della sua razza, della sua religione, del suo paese. Era un bisognoso: tanto bastava per fermarsi a sollevare quell’uomo e a ricoverarlo nella locanda, ad estrarre due denari e quindi a prendersi cura di lui.
Prendersi cura dell’altro: vedere Cristo in ogni sofferente, nulla quindi anteporre a Lui: ecco l’unico vero rimedio contro il male di vivere di cui parlò qualche decennio fa un grande poeta, non certo tacciabile di bigottismo, Eugenio Montale.

 Franco Careglio

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