IL DIRITTO INVIOLABILE DELL’ESSERE

“Dato che non penseremo mai nello stesso modo e vedremo la verità per frammenti e da diversi angoli di visuale, la regola della nostra condotta è la tolleranza reciproca. La coscienza non è la stessa per tutti. Quindi mentre essa rappresenta una buona guida per la condotta individuale, l’imposizione di questa condotta a tutti sarebbe un’insopportabile interferenza nella libertà di coscienza di ognuno” (Gandhi, 1869-1948).
La frase del grande maestro indù esprime perfettamente ciò che significa il sostantivo “tolleranza”.
Dal punto di vista storico tolleranza è la mancata repressione (con violenza fisica o altri mezzi) di opinioni ritenute false o di comportamenti considerati dannosi all’ordine costituito. La tolleranza riguarda quindi, in primo luogo, l’autorità politica e presuppone che essa condanni e persegua in modo intransigente le opinioni e i comportamenti ritenuti non solo errati ma nocivi al bene comune.
Tale accezione della tolleranza risale all’antichità: nel mondo greco l’accusa di sovversione aveva motivato la condanna e l’eliminazione di personalità come Socrate.
La cultura moderna offre della tolleranza un senso diverso e in qualche modo “positivo”: l’autorità sarà tollerante allorché ammetta e riconosca come non lesive ma persino talora costruttive le due posizioni suddette -opinioni dissenzienti e comportamenti ritenuti errati - e contrapposte all’ordine stabilito dall’autorità stessa.
Purtroppo l’intransigenza - contrario della tolleranza - divenne nei due millenni (e neppure oggi si può dire scomparsa) caratteristica sia dell’autorità politica che di quella religiosa.
Nel mondo romano, la persecuzione dei dissenzienti religiosi era spesso motivata politicamente, per il legame infrangibile tra la divinità dell’imperatore e la sua autorità politica. I dissenzienti, cioè i cristiani, perseguitati senza sosta, si difesero con un argomento che sarà usato anche nell’età moderna per sostenere la tolleranza: il dissenso religioso non comporta né corruzione morale né antagonismo politico: si può essere sudditi leali dell’autorità politica anche senza condividerne le idee religiose. Tale argomento addotto dalle comunità cristiane perseguitate o sospettate (lo si trova già accennato da Paolo in Atti 24,11-16) non impedì al cristianesimo, una volta divenuto religione di stato, di perseguitare a sua volta gruppi di dissenzienti accusandoli di corruzione morale e di sovversione. Nel corso dei secoli, specialmente a causa della Riforma del secolo XVI e del proliferare delle sètte che ad essa si ispiravano, portò ogni sovrano - soprattutto negli stati tedeschi - a fare i conti con più comunità religiose che gli erano sottoposte politicamente, ma dissentivano da lui in materia di religione. Di lì sorse il famoso quanto malefico principio del cuius regio, eius religio.
La tolleranza come la si pensa oggi nasce in ambiente umanistico - secoli XV-XVI - e viene propugnata da personalità quali Erasmo da Rotterdam (1466-1536), Sébastien Castellion (1515-1563) e altri, fino al più famoso sostenitore della tolleranza, l’inglese John Locke (1632-1704) che accusava la persecuzione come violenza direttamente opposta alla carità cristiana. La tolleranza è quindi un corollario della fraternità, pur basandosi il Locke sul relativismo, evidenziando che in campo religioso è possibile soltanto la convinzione soggettiva. Posizione, questa, tutta da vagliare. La tolleranza non è buonismo ma neppure accondiscendenza senza limiti. Il tollerante è colui che rispetta, non colui che ritenendosi aperto condivide ogni sorta di scelte, né colui che ignora l’esistenza di uno spirito critico che il cristiano attinge dallo Spirito di Dio, senza avere la pretesa di “dargli consigli” (P. Raniero Cantalamessa).
  Tralasciando ora tutto il lungo e sofferto percorso storico della tolleranza, portato avanti da menti illuminate e, purtroppo, spesso fisicamente eliminate, ricordiamo che la tolleranza nei confronti del “diverso” o semplicemente del non dotato delle comuni abilità ha compiuto nell’ultimo secoli passi veramente fondamentali. Oggi non si tengono più nascosti coloro che per qualche scherzo di geni sono privi delle fisicità cosiddette normali, e non di rado dimostrano di avere più volontà, più gioia di vivere, più acume di quanti appaiono nella norma. La stessa “assenza di barriere architettoniche” in musei, chiese, palazzi storici, indica un vero progresso della tolleranza, che diviene così riconoscimento di quella normalità che in ultima analisi è come l’araba fenice.
Volendo però andare alla radice di questo cammino, si consideri da dove è iniziato: da San Giovanni de Matha, ad esempio, che più di otto secoli fa non faceva differenza tra bianco e nero ma tutti amava, abbracciava e liberava; da San Francesco, che accolse lo Spirito e mutò l’amaro in dolce, cioè il lebbroso ripugnante in fratello prediletto; fino a San Luigi Orione (1872-1940) per il quale non esistettero barriere architettoniche né culturali, chiamando “suoi gioielli” i lebbrosi del XX secolo. E così in avanti. Perché queste verità storiche non fanno notizia e ci si tuffa a capofitto sulle sole malefatte - per le quali è giustamente tolleranza zero - di ignobili ecclesiastici o di strampalati e ambiziosissimi prelati?
È vero: tolleranza non vuol dire esenzione dalla responsabilità. Se tanto sangue è costata la tragedia di una delle più belle città italiane (14 agosto 2018, data che rimarrà nella storia del Paese), è sacrosanto che incuria, pressapochismo, avidità smodata di denaro paghino duramente un tale scempio. Tolleranza non vuol dire ritenere noi, gente comune, esonerata da ogni dovere: dalla raccolta differenziata al corretto uso dei mezzi informatici – espressioni altissime dell’umano intelletto realizzate non per deprimere la persona con la ricerca di nefandezze – tutti noi siamo responsabili di ogni atto per quanto piccolo o in apparenza trascurabile.
  Facciamo riferimento, per concludere, alla tolleranza insegnata da Gesù nel raccontino della zizzania (Mt 13,24-42). Crescono insieme, zizzania e buon grano; sarà poi il signore del campo a scegliere il buono dal cattivo, non i coltivatori che hanno seminato. Ad essi, cioè a noi, compete il rispetto, l’attesa, la scelta categorica del vero e del bene unita alla sacralità inviolabile dell’essere, della quale giudice è Dio soltanto.

 Franco Careglio

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