IN VIAGGIO VERSO L’UOMO

potremmo dire che i cristiani si distribuiscano in due tendenze facilmente definibili: vi sono  molti che quando parlano dell’amore di Dio se ne sentono oggetti privilegiati. Il loro Dio ama la Chiesa e attraverso di essa il mondo. Vi sono dei cristiani invece che sono convinti che Dio ama il mondo direttamente, nell’atto stesso di crearlo (in quell’atto che non è verificabile nel tempo ma che racchiude nella sua istantaneità l’universo-tempo) e sceglie alcuni (noi li chiamiamo santi) perché siano testimoni di questo suo amore per tutte le creature.
La posizione che più risponde al profondo spirito del Vangelo è la seconda. La verità è che Dio ama tutti. Non siamo noi che portiamo sulle nostre spalle il destino del mondo e la salvezza degli uomini. Dio ama e salva. Ma accettare questa verità che la Scrittura in molti luoghi ci propone non è facile perché in noi agisce un principio che va nel senso opposto. Tale principio tende a trasformare anche le verità più universali in ragioni di prestigio e di dominio, quanto meno spirituale. Una forma di segreto narcisismo ci modella, ci separa e anche le parole del Vangelo diventano, alla fine, legittimazione della nostra separazione dal mondo.
L’amore di Dio viene quindi capovolto nel suo opposto, una specie di nausea per gli altri, una paura della contaminazione che ci può venire dagli altri. Ed ecco allora scattare quel micidiale senso di solitudine, di inadeguatezza di fronte alle esigenze del mondo odierno, che produce chiusura in un circolo piccolo e ingannevole, che conduce milioni di persone (non è un’esagerazione) a preferire il gioco d’azzardo alla partecipazione al mondo che soffre, la preferenza ai guinzagli rispetto alle culle (quante sono oggi le aziende che lucrano sull’attenzione agli animali), la preferenza dell’apparire a discapito dell’essere. Eppure tutte le epoche hanno avuto le loro difficoltà economiche, sociali, di vita quotidiana. Oggi ci si arrende. La culla è impegnativa, meglio un guinzaglio; il gioco d’azzardo (solenne imbroglio di uno Stato che dimostra di temere molto lo spread ma architetta manovre economiche più o meno improbabili) viene preferito alla partecipazione alle numerose iniziative di soccorso e di speranza che già furono ideate da un San Giovanni de Matha e che potrebbero – meglio di una funzione pubblica che allunga per diatribe e scaramucce i tempi per una ricostruzione rapida di strutture polverizzatesi causa incuria – fornire messaggi concreti di speranza.
L’amore portato da Cristo è pericoloso. L’amore del partito, l’amore del gruppo è invece deleterio (Lc 9,49-50) perché collettivizza l’egoismo, lo legittima con motivi apparentemente nobili e sancisce le oppressioni più terribili. L’amore di cui è portatore eterno Cristo è diverso. È un amore che esige il mettersi in gioco (ecco il pericolo), che richiede la sfida alle sicurezze assodate (ecco la paura di esporsi), insomma dà la propria vita. È un amore che cerca chi è lontano, che cerca l’uomo non già in base alle affinità elettive ma in base alla sua estraneità, perché più forte è la voce dello Spirito quando viene dall’uomo diverso da noi. Ben lo evidenzia il de Matha vissuto tanti secoli fa, che non stette a guardare chi era bianco o nero, guardò alla sofferenza e si mise in gioco. E sfidò la pace amarissima, che gli si tramutò, come a San Francesco in dolcezza, di chi credeva di essere al sicuro ritenendosi oggetto privilegiato della benevolenza di Dio.
Ma senza andare tanto lontano nel tempo, quel che fece San Giovanni de Matha lo hanno fatto quegli uomini canonizzati un mese fa, quel papa lombardo in primis, che non ebbe paura di scomodare la tranquillità di credenti ben sistemati nelle loro certezze, ma diede una svolta profetica alla gestione del capitale (Populorum progressio, 26.3.1967): “Il mondo è malato. Il suo male risiede meno nella dilapidazione delle risorse o nel loro accaparramento da parte di alcuni, che nella mancanza di fraternità tra gli uomini e tra i popoli” (n. 66). Questa frase richiedeva una partecipazione universale da parte di tutti, perché non esiste il “mio” Dio, ma il Dio di tutti, buoni e cattivi, giusti ed ingiusti, sui quali il Padre distende il suo amore discensivo che va verso il simile a noi come al diverso, verso il vicino a noi come al lontano.
Suonano davvero profetiche parole come queste, in quell’enciclica di cinquantuno anni fa: “Noi non insisteremo mai abbastanza sul dovere dell’accoglienza - dovere di solidarietà umana e di carità cristiana - che incombe sia sulle famiglie, sia sulle organizzazioni culturali dei paesi ospitanti” (n. 67).
Ma tutto ciò richiede una partecipazione consapevole, responsabile, attraverso la quale il “non mi riguarda” suona come una bestemmia.
Forse che gli altri santi del 14 ottobre scorso non parteciparono profondamente e, almeno in un caso, con il sangue, alle ingiustizie perpetrate dal potere costituito? Sant’Oscar A. Romero (1917-1980) si schierò apertamente dalla parte dei poveri: il 24 marzo 1980 un proiettile lo uccise mentre stava celebrando la messa. Non è retorica dire che il suo sangue si era mescolato con il sangue del martire supremo, Cristo.
Così come i due preti, uno milanese, l’altro napoletano - San Francesco Spinelli (1853-1913) e San Vincenzo Romano (1751-1831) -, così la religiosa tedesca Maria Caterina Kasper (1820-1898), quella spagnola Maria Ignazia March Mesa (1889-1943), così il giovane Nunzio Sulprizio (1817-1836), abruzzese, non rimasero alla finestra, ma scesero da cavallo e “persero tempo” per soccorrere il ferito (Lc 10,33).
Se si dovesse verificare se uno si comporta più o meno da cristiano, gli si domandi se partecipa con generosità e gratuità alle vicende di questo secolo, come ama i reietti, che fa per la giustizia, come sceglie quando è chiamato a far giustizia. Questo è segno sicuro di fedeltà all’amore con cui Dio ama il mondo. L’amore di Dio risplende là, dove secondo i nostri criteri, vi è tenebra.
Dio non passa lungo i tracciati della storia delle civiltà, Dio è più presente nella inciviltà, là dove noi non facciamo neppure storia perché “qui ci sono i leoni”, come era scritto nelle carte medioevali.
Dio è fra i leoni, là dove noi non lo aspetteremmo, perché Egli partecipa più nelle rovine e nelle miserie, nelle catapecchie come nelle mangiatoie, che nei palazzi dei potenti. E ben lo ha dimostrato, incarnandosi, il suo unico Figlio.

 Franco Careglio

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