UN MESSAGGIO DI LIBERAZIONE

Vi è un concetto sostanziale del Natale che non deperisce: è l’annuncio che il Verbo si è fatto carne, è apparso tra di noi, è venuto a portare la salvezza, ad adempiere cioè le promesse di Dio. Non pare tuttavia di essere entrati in una certa “stanchezza” del Natale? Non ci siamo ormai assuefatti alle luci colorate per le strade, alle vetrine scintillanti, agli auguri, ai regali (diventa sempre più difficile regalare, in questa società dove tutti hanno tutto)?
In fondo pochi sanno che il Natale, all’origine, non era una festa cristiana. La Chiesa nella sua impresa pastorale coraggiosa ha assunto dentro la cornice che le è propria, festività precedenti, pagane, e in particolare – in questo caso – la festa del Sole che proprio il 25 dicembre veniva celebrata nel mondo romano con pubbliche manifestazioni, perché le giornate cominciano sia pur lievemente ad allungarsi e il sole comincia a riprendere il vantaggio sulle tenebre. La vita allora era così legata alle variazioni cosmologiche che la fine dell’inverno, già anticipata in questo evento solare, costituiva un motivo di gioia. In questo senso la gioia del Natale cristiano si trasforma in una pausa euforica nella serie dei giorni, un momento in cui si fa finta, per convenzione pubblica, che non ci siano guerre, che gli uomini siano tutti fratelli, che la povertà sia scomparsa e che la generosità sia un costume. Questa pausa ci dà come un’immagine labile, sulla cresta delle onde, di come potrebbe essere il mondo se fosse un mondo fraterno.
  Se fossimo persone non solo di religione ma di quella fede che interpella, che urta, che inquieta, in questo giorno dovremmo trovarci angustiati. Infatti le persone spiritualmente più vive a Natale si annoiano, avvertono il peso di una festa che non dice più nulla. Si compiono gli stessi riti, ci si fanno gli auguri, magari si allestisce l’albero e - Dio voglia - pure il presepio (almeno un richiamo visibile di quel che è davvero il Natale), ma tutto ciò dice ben poco. L’unica via di uscita è tradurre quel passo del Vangelo, cioè la narrazione della nascita in Matteo e in Luca, in forme che significhino qualcosa, non più per i festeggiatori del “Dio Sole”, ma per quelli che festeggiano la pace, per quelli che aspettano la liberazione dal carcere, dalle dipendenze dalla droga, dall’alcol, dal gioco e da Internet ecc., per coloro che sono emarginati, oppressi, esclusi.  
Il riflesso di utopia religiosa fornito da quella pausa di cui si diceva sopra non serve però a cambiare un bel nulla. Dopo un giorno di pausa, le armi (se è pur vero che abbiano mai smesso) riprendono puntualmente a funzionare. La lotta per la vita che solo ai forti concede di emergere, riprende secondo le sue consuete leggi. Insomma, tutto torna come prima, non soltanto il momento della guerra propriamente detta, ma anche il momento della scuola (con i suoi sconfortanti episodi, allievi contro allievi, allievi contro insegnanti), il momento della vita familiare (genitori che litigano davanti ai figli o che si separano procurando loro un danno maggiore di un carro armato), il momento della convivenza cittadina (paura folle, e purtroppo fondata, ad uscire la sera).
La fede soltanto, vissuta come momento eterno dell’Incarnazione di Dio, ci offre un’alternativa anche se non ce offre gli strumenti storici. Essa ci dice che la verità dell’uomo non è nel palazzo di Erode ma nella grotta di Betlemme; che la sapienza non sta negli scribi (cioè dai sapienti del tempo di Gesù ai giornalisti di oggi) ma nei pastori. La verità è da un’altra parte. Se usato con saggezza, naturalmente, non in modo meccanico e superficiale, questo è un messaggio forte.
Concludendo, anche la nostra ricerca di Dio deve passare per questa strada. Il vero nostro peccato di cattolici è l’idolatria: adoriamo pur sempre un “vitello d’oro”, non il vero Dio, e non passiamo attraverso il Figlio dell’uomo, cioè non prendiamo seriamente la via che Egli ci ha tracciato. Chi non riconosce nel bambino più povero o nel giovane che invano cerca lavoro la dignità umana, non può credere in Dio, sbaglia strada. La strada di Dio è la strada dell’uomo. Sventuratamente traduciamo la fede in Dio nella messa di mezzanotte, animata da perfetti canti e suoni, e seguita dal taglio di succosi panettoni, e dell’amore all’emarginato facciamo un’altra e opzionabile cosa. Dimmi che cosa sono per te i profughi, gli esiliati, i disoccupati, gli avvinti dalle catene delle dipendenze e ti dirò se credi in Dio.
Dio è la Parola fatta carne, nella povertà e nella precarietà di un asilo notturno. Solo se si passa dalla cruna dell’ago del riconoscimento che l’Escluso è il Figlio di Dio, che Gesù di Betlemme - prototipo di tutti gli esclusi della storia - è il Figlio di Dio, solo allora può dire di conoscere Dio. Queste verità sono dure, non sono verità festive. Altro che campanellini dorati e sonagli d’argento, scriveva padre Turoldo (1916-1992): alla nascita di quel Bambino è più adatto il suono cupo e grave dell’oboe.
Insomma non ci è lecito rendere festiva la Parola di Dio fatta carne se non ce ne lasciamo penetrare come da una spada a doppio taglio. Forse i Natali allegri spariranno, le luci spendenti moriranno. Ne siamo stanchi un po’ tutti. Dobbiamo sperare che sgorghi un energia umana e cristiana, che ci liberi dalla menzogna e ci reintroduca nella verità emersa, con forza e potenza, dal messaggio di vera gioia del Natale. Messaggio che è prima di tutto è liberazione dalle catene della ricchezza, della guerra, della menzogna dell’apartheid. In questa liberazione il Natale ritrova la sua vera gioia.
Non aveva dunque ragione quell’uomo di oltre otto secoli fa, con una croce rossa e blu sulla veste, quando proclamava “Gloria a Dio Trinità e libertà ai prigionieri?”.

 Franco Careglio

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