se il povero è fuori anche dio è fuori

Il tema con il quale si inizia l’anno potrebbe apparire retorico. Al contrario una sempre maggiore apertura dell’animo e un sempre più generoso e cristiano impegno verso l’uomo rientra nei cosiddetti buoni propositi che si fanno in questi giorni. Il tema è quello dell’ospitalità: l’ospitalità offerta da Abramo ai tre sconosciuti (Gen 18), nei quali parecchi studiosi hanno voluto vedere il simbolo del Dio trino e uno, l’ospitalità di Marta e di Maria (Lc 10,38-42), nella loro casa di Betania, che accolse Gesù stesso. L’aspetto dell’ospitalità è il rapporto dell’uomo con ciò che è diverso da lui. Una certa teologia insiste molto, e opportunamente, nell’evidenziare l’alterità di Dio: Dio è il totalmente altro. Tutto ciò che possiamo dire di Dio non si confà a Lui. Noi conosciamo Dio come sconosciuto, diceva San Tommaso d’Aquino, lo conosciamo non per via di affermazione ma per via di negazione, per quello che Egli non è. Questa alterità di Dio noi la sperimentiamo sul piano della nostra esistenza ogni qual volta entra nel nostro cerchio, nella nostra tribù - riferendoci metaforicamente alla tribù di Abramo - il diverso, l’estraneo, l’escluso. In quel momento noi ci troviamo spinti ad espellere ciò che non ci rassomiglia. Ma, espellendo ciò che non ci rassomiglia, noi compiamo un atto lesivo e della nostra universalità di uomini e della santità di Dio. Dio viene tra noi in veste del diverso, di ciò che non ha le nostre misure, e che è, proprio per questo, un sacramento di Dio. Se entra un povero in casa nostra, entra Dio. perché il povero - nella speranza che le nostre case non siano afflitte dal tristissimo e micidiale fenomeno della povertà, che in questi anni minaccia decine di migliaia o ben più di famiglie italiane - turba la chiusura piena di tepore e di compiacimento di un ambiente religioso e benestante.
È opportuno tenere i poveri fuori dalla porta, tutt’al più porgere loro una moneta, e così siamo tranquilli. Ma se il povero è fuori, Dio è fuori.
Non basta al cristiano la religione, che è ancora la vernice, gli occorre la fede. Esempio molto eloquente - letterario, certo - il vescovo dei Miserabili che accoglie un ex-galeotto, lo fa sedere a cena con lui, lo chiama “signore” dandogli del voi (mentre tutto il paese lo teneva a distanza con un abbietto “tu”) e gli offre una camera per dormire. Rileggiamo questa pagina.
Se non accettiamo un uomo che è diverso da noi, come potremo accettare Dio che è totalmente diverso, che è totalmente estraneo e che per giunta permette le guerre, la miseria più nera, le malattie? (queste tre situazioni però, sia chiaro, sono il risultato della perversione umana, non dell’alterità di Dio).
Se entra il nero in una comunità di bianchi, entra il diverso. Se nella nostra assemblea entra un miserabile, un disperato, un tossico, subito, senza por tempo in mezzo, va escluso, perché è troppo diverso da noi. E che dire allora di quel Bambino di Betlemme che essendo Dio si fece fanciullo alla mercé di un Erode qualsiasi? Non fu per lo meno scandaloso? E quando morì in croce? Chi se la poteva sentire di accogliere un Dio tanto diverso, tanto lontano dalle nostre categorie filosofiche di un dio onnipotente, onnisciente, onnipresente ecc.? Eppure, ripetiamolo, il diverso è il sacramento della totale diversità di Dio.
Siamo in una società, oggi, in cui giustamente si fa riferimento ai diversi. Chiaro che non si vuole alludere a diversità di comportamento morale, specie sessuale: è un insulto a quella sublime diversità voluta da Dio, al progetto superiore della sua creazione, vedi Genesi, vedi San Paolo nelle Lettere. Non è su questo punto che dobbiamo condensare la forza significativa del tema che abbiamo preso in esame. Il diverso è ciò che mette in inquietudine la nostra vita, talora di troppo placida coscienza, paga magari di commuoversi dinnanzi al presepe, e la invita a trascendersi.
Il Signore entra dentro gli spazi umani con queste irruzioni “barbariche”. Quando arriva il barbaro arriva Dio.
Questo assunto ci potrebbe consentire una severa revisione dell’intera storia del cristianesimo, la quale presenta due facce: una mirabile e creativa ed è il continuo superamento dell’autosufficienza dei credenti, grazie soprattutto agli umili, come Giovanni de Matha, come Francesco d’Assisi, come Giovanni di Dio, come Camillo de Lellis, come Giuseppe Calasanzio, gente che in epoche diverse capì che i sacramenti dello schiavo, del lebbroso, dell’appestato, dell’ignorante erano il sacramento di Dio; l’altra faccia è offuscata dal peccato dell’esclusione e dalla repressione dei diversi (schiavo, lebbroso, ecc.).
L’accoglienza dell’escluso è l’accoglienza del mistero sotto forma umana, è l’intenzione del Dio creatore diventata concreta e provocatoria in un caso che ci coinvolge. Se uno dice di amare Dio e non tollera chi è diverso da lui, non ama Dio, ma ama se stesso: la sua fede è una forma di narcisismo.
Consideriamo un paio di esempi conclusivi. Uno ci viene dalla pagina di Gesù a Betania (citata sopra). Marta che si occupa di preparare la cena per il Signore vive un atto di amore: ma pensa a Gesù come a uno di loro, come a uno di casa. Lo considera, secondo le buone regole dell’ospitalità, un ospite di riguardo da trattare bene. Le sfugge così il diverso, il mistero che Egli è. La vera accoglienza che Gesù attendeva era quella dell’ascolto umile del suo messaggio. E Maria lo ascolta, lo riconosce come “altro”, come il mistero di Dio che avvolto in vesti comuni ha varcato la soglia della casa. L’ospitalità non è solo quella faccendiera della premura conviviale, è soprattutto l’atteggiamento del rispetto per ciò che l’ospite introduce nel cerchio delle nostre abitudini. È importante ascoltare sedendo ai suoi piedi: ciò che Egli dice riguarda l’universo intero, riguarda il significato di tutti gli esclusi, gli emarginati, gli incomprensibili.
Lo scorso 8 dicembre sono stati beatificati ad Orano (Algeria) diciannove martiri uccisi dai musulmani: sette monaci trappisti e lo stesso vescovo di Orano, mons. Pierre Claverie, e undici tra laici e religiosi di diversi istituti. Perché tutte queste persone non se sono andate dopo avere ricevuto, specialmente i trappisti, paurose minacce di morte?  
Perché non hanno avuto paura del diverso, dell’escluso, del fanatico. Sapevano bene che quando si assunsero dalla Chiesa il compito di sacerdoti o monaci o volontari non venne loro garantita l’incolumità fisica. Sapevano di andare come agnelli tra i lupi e non ne ebbero paura. Furono insensati? Forse. Dio ci doni sempre di questi “insensati”.

 Franco Careglio

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