METTERSI IN DISCUSSIONE QUOTIDIANAMENTE

Oltre ad essere un dovere, il discernimento null’altro è che l’attenzione, la valutazione e quindi la decisione relativa all’assenso o al non assenso verso un concetto, di un modo di agire o di porsi, di acquisizione di un prodotto, di adesione o non adesione ad una ideologia (se ancora di queste ultime ve ne sono). Al discernimento, quindi, è chiamato ogni essere ragionevole, il credente come il non credente, il cristiano come il non cristiano.
Per una definizione forse più precisa, il discernimento è la scrutazione e il giudizio circa i moventi delle nostre azioni.
A monte delle nostre azioni, vi sono infatti dei moventi, che possono influire sulle azioni o causarle. Tali moventi, per il cristiano, sono di natura spirituale, quali Dio, l’anima umana, il demonio. Si può quindi usare, per essi, il termine “spirito”. E qui si entra subito nell’aspetto cristiano del discernimento.
Alla base del discernimento, che significa in concreto libera scelta, vi è la persona, nella propria soggettività e responsabilità. La persona, nonostante la sua libera soggettività, si sperimenta inevitabilmente, oggi come forse non mai, come uno di cui altri dispone e precisamente con un tipo di manovra di cui essa stessa – la persona – non può disporre. Oltre a ciò, la persona, tanto nella sua attività che nella sua riflessione, si scopre quasi sempre come uno che si vede affidata una posizione storica nel proprio ambiente naturale e umano. È un po’ come il discorso dell’inquinamento: il soggetto si illude di consumare un cibo sano, non manipolato, biologicamente incorrotto, così come suppone di bere un bicchiere d’acqua di assoluta purezza. Ma è veramente così? Nelle nostre città esistono ancora cibi e bevande perfettamente incontaminate? Esiste ancora un’aria perfettamente respirabile, priva di polveri cosiddette sottili?
Allo stesso modo, il mio discernimento risulta veramente libero da ogni condizionamento esterno?
In altre parole, la realtà autentica e originaria della personalità, della libertà, della soggettività, della storia, della stessa decisionalità personale, provengono da un discernimento responsabile, costruito da esperienze personali, da un giudizio storico maturato nella profondità della coscienza, oppure è il frutto di una induzione esterna?
Quale allora il metodo sicuro per creare in me le condizioni per un giudizio frutto di una coscienza retta, personale, responsabile e soprattutto ben formata? Per il credente il metodo è esclusivamente la fede, alimentata dalla conoscenza della Parola di Dio.
 Il laico ha un altro valore. Deve essere certo che è accuratamente difesa e rispettata la dignità della persona umana. Ma anche qui: che cosa si vuol dire quando si parla di dignità della persona umana? È una espressione spesso retorica. Vista nel suo nucleo costitutivo, la dignità dell’uomo è qui: nel fatto che egli abbia la libertà di essere causa di se stesso. A rigore non si potrebbe neppure dire che la dignità dell’uomo è nel bene. Certo, nella verità e nel bene è la sua pienezza; ma la sua dignità è nel fatto che egli cerca da sé la verità e il bene; nell’essere causa della propria ricerca, della propria scelta. Che, se per ipotesi, il bene e la verità fossero comandati, obbligati, imposti, la dignità non sarebbe rispettata: ci sarebbe la verità accettata e la dignità sarebbe deperita o morta.
  Noi credenti sappiamo che dobbiamo vivere e testimoniare la verità, diffonderla; dobbiamo sconfessare l’errore dei modi con cui si deve combattere, ma sappiamo che tutto questo va subordinato al rispetto della persona. Anche questo è discernimento.
Ora, quando siamo dinnanzi ad una scelta, chiediamo allo Spirito di Dio che ci illumini e ci conduca ad impedire le coazioni, le oppressioni, a cui il mondo socializzato e oggi globalizzato espone la persona umana.
Già la nostra dignità deperisce senza che ce ne accorgiamo. Pensiamo a quello che capita tutti i giorni: mentre ci sembra di scegliere le cose secondo un criterio personale, in realtà non facciamo altro che seguire un anonimo conformismo. I condizionamenti anonimi impercettibili che entrano dentro di noi sono innumerevoli e la socializzazione li comporta, necessariamente. Il simbolo è la réclame del prodotto, che a forza di esserci martellato in testa ci persuade che quello è il prodotto che dobbiamo acquistare, quella è la persona che dobbiamo fuggire o, peggio, respingere. Perciò ci sembra di essere liberi, di operare un vero discernimento, ma è un discernimento indotto, voluto da altri. Seppero essere maestri di discernimento Gesù anzi ogni altro, i suoi seguaci contemporanei, che all’oro e all’argento – tanto desiderabili – preferirono il suo nome, e grazie ad esso ridiedero vita, forza e speranza a tanti infelici (vedi per tutti At 3,2). In epoche successive uomini come Giovanni de Matha, Francesco d’Assisi, non lasciarono condizionare il loro giudizio né dalle discriminazioni né dal denaro, ma andarono verso i prigionieri oltre ogni divisione razzistica, verso i lebbrosi oltre ogni convenienza sociale, grazie al discernimento della legge, fatta per liberare e non per opprimere l’uomo. E Gesù fu il primo ad insegnarci il vero discernimento: la legge fatta per l’uomo, non viceversa.
San Paolo nei suoi scritti evidenzia come il discernimento sia dono per riconoscere la potenza dello Spirito nella parola e nell’opera di Gesù. L’apostolo insiste inoltre sul discernimento dei carismi, cioè dei doni, o talenti, per evitare deviazioni. Quindi attraverso una coscienza formata dalla fede, sostenuta dai sacramenti e alimentata dalla Parola, il discernimento donato dallo Spirito di Dio ci offrirà la luce per individuare costantemente la via della verità. Ciò significa anche, e soprattutto, apertura, comprensione, bando al timore, coraggio. Ma se noi identifichiamo l’ordine in cui siamo cresciuti con l’ordine voluto da Dio, e sull’ordine nostro poniamo segni sacri perché nessuno lo tocchi, allora la profezia si trasforma in collera, la novità si trasforma in eversione, il discernimento si acceca e quello che non abbiamo fatto secondo i tempi, i modi e le misure volute da Dio, lo faremo nel disordine, nella violenza e nel caos della società.
Senza la capacità, che un discernimento cristiano, o meglio cristico, ci dona, di rimetterci in discussione quotidianamente, noi con tutte le nostre liturgie diventiamo contribuenti alla disperazione collettiva, non dei suscitatori di novità, capaci di sorreggere la speranza come forza creativa della storia.

 Franco Careglio

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