IL CORAGGIO DEL VANGELO CONTRO LA PAURA DEL NUOVO

Nello scorso settembre si era accostata la scoraggiante realtà dell’accidia. Lo si era fatto forse in modo un po’ moralistico, indulgendo alla catechesi di basso prezzo, dimenticando che si tratta di un “peccato” non soltanto individuale ma sociale.
Oggi non è più possibile “individuare” questo peccato, attribuirlo ad una sola persona. Si tratta piuttosto di un comportamento dilagante in grado di contagiare persone, gruppi, organizzazioni, ideologie. In parole semplici il pericolo del momento non è nel ritorno al passato, è in quel ritorno al passato che respinge lo strumento della ragione critica (vedi Fides et ratio di S. Giovanni Paolo II, 14.9.1998, nn. 71-72) e obbedisce all’impulso della fuga e al bisogno del tepore del seno materno. La parabola del “buon samaritano” la dice lunga: non si tratta soltanto dell’opera buona, della pietà occasionale, del sentimento in sé più che meritorio, ma della responsabilità personale che come persone e gruppi deve coinvolgere tutta l’esistenza e renderla inerente alla storia. La fede, se è vissuta come virtù sintetizzante l’amore di Dio e del prossimo, deve costruirsi uno spazio di presenza dove Dio non è pensato né proposto attraverso filtri concettuali, ma è realizzato nell’amore, nella dedizione, nella testimonianza che destabilizza questo mondo dominato dall’autosufficienza.
Abbiamo sempre detto e creduto che la vera dignità dell’uomo, la più alta, è la contemplazione di ciò che non passa. E allora, più intensa si fa la fede - molte volte compiaciuta di se stessa - più distratto si fa il nostro cuore di fronte alle circostanze di questo mondo. La grande tradizione ascetica del cristianesimo sembra essersi costruita sull’ideale della fuga mundi, della fuga dal mondo. E in questa ascetica sembrò che la fede cristiana si allacciasse con il grande magistero della filosofia antica, che anch’essa aveva riposto nella contemplazione dell’Immutabile l’atto supremo della perfezione umana.
Contro questa tentazione parla con chiarezza la Scrittura, in più punti. L’aver contemplato la gloria del Risorto significa aver visto l’adempimento della promessa del Padre. Quindi il nostro primo oggetto di fede deve essere la potenza di Dio che agisce e continua ad agire. Non ci è permesso quindi, come non lo fu ai primi discepoli, “guardare in alto” (At 1,11). Vennero destati dal loro stupore e immersi nei flutti della storia. Ma quei primi cristiani, per difettosi che fossero, avevano a loro vantaggio il privilegio dell’inizio; noi abbiamo addosso secoli di malefatte, abbiamo su di noi l’ombra della contro testimonianza; abbiamo piegato il mistero del Signore per consacrare regni terreni. Viviamo veramente in una situazione di peccato e perciò ci è più difficile vivere nella speranza senza tentennamenti. Ecco l’accidia come peccato storico e sociale, da cui non è facile liberarsi. Soltanto fidandosi dello Spirito di Dio, con le sue novità straordinarie, può liberarci.
Ma attenzione: come potremmo non ammirare coloro che riescono a dare della loro fede una espressione contemplativa costante? Che amano la solitudine per immergersi in Dio? che parlano con amore delle cose eterne? Non possiamo certo contestare l’anelito contemplativo che sgorga dal cuore dell’uomo e lo induce a donarsi totalmente a Dio. Ma ciò significa donarsi all’uomo: esempio ne è, lampante, la piccola Teresa di Gesù Bambino (1873-1897) che, nelle quattro mura del monastero carmelitano, diventa patrona delle missioni. E come lei tante altre figure che nell’ombra del monastero sono diventate luci splendenti per tante altre anime. Si consideri Madre Anna Maria Cànopi, fondatrice del monastero di San Giulio (Isola di San Giulio, Lago d’Orta, Novara), che con il silenzio, la preghiera, il lavoro, ha dato pace e speranza ad innumerevoli anime, molte delle quali hanno scelto la vita monastica. Ecco la medicina contro l’accidia nella cultura odierna dell’indifferenza, dell’immediato, del consumo.
Una sola modesta riserva possiamo fare, in nome dello Spirito di Dio, non certo in nome nostro.
Il compito dei credenti è di andare fino ai confini della terra per annunciare il Vangelo della salvezza. Accettare la condizione itinerante come una condizione specifica della fede. Di qui la contemplazione cristiana si immerge nel divenire. Il suo vero luogo non è l’immutabilità - presupposto insidioso dell’accidia, che si camuffa con “sagge” massime del tipo “si è sempre fatto così” - ma la mutevolezza. Occorre riprendere il viaggio, come dice l’angelo ai discepoli affascinati dalla luce del Risorto. Occorre riprendere i sentieri della vita. E questo implica tante revisioni all’interno della nostra tradizione. Va evidenziato che proprio in questo tempo in cui i turbamenti - politici, sociali, economici - sono così gravi, in cui l’incertezza del futuro ci tiene col fiato sospeso, questo tempo è proprio il luogo della fede. Il luogo tipico. È meno tipico il luogo del contemplativo che sta nell’eremo. Il desiderio della solitudine è una profonda aspirazione dell’anima, ma attenzione: non necessariamente salva. Può - non sempre, è ovvio - tramutarsi in una sorta di autogratifica spirituale tendente al narcisismo.
Noi dobbiamo, dentro o fuori le mura dell’eremo, rimanere immersi nei marosi della storia.
E quanto più le circostanze storiche mostrano la fragilità del divenire, la provvisorietà degli ordini costituiti, tanto più la fede sarà all’erta: perché questo è il momento di Dio.
Sotto quello di accidia si cela un altro nome, non meno pericoloso e subdolo: paura del nuovo.
Abbiamo due esempi recenti. Papa Francesco firma con l’imam musulmano la storica dichiarazione (4 febbraio 2019): “Basta con il sangue innocente. In nome di Dio no a odio e a violenza; libertà di culto; più diritti per le minoranze e le donne”. È stato il culmine di un coraggioso incontro interreligioso in un lacerato Medio Oriente che ha visto protagonisti papa Francesco l’imam sunnita di Al-Azhar.
Sorprendente come alla verde età ottuagenaria il Papa abbia questo immane coraggio evangelico. Soltanto dallo Spirito di Dio proviene questo coraggio. Non mancheranno i detrattori, non mancarono a Giovanni XXIII men che meno a Paolo VI. Ora entrambi santi.
Essere uomini per gli altri. È stato il motto di vita e la cifra di apostolato di padre Pedro Arrupe (1907-1991), il secondo basco dopo Ignazio di Loyola a guidare la Compagnia di Gesù. La guidò nella tempesta del post-Concilio dal 1965 al 1983. Il carismatico ignaziano, figura eccezionale nella storia della Chiesa, morì il 5 febbraio. In questo stesso giorno, un mese fa, si è aperta a Roma la sua causa di beatificazione.
Esempi di anti-accidia, insomma, ne abbiamo. Beati noi se sapremo camminare spediti nei sentieri del mondo, alla faccia dell’accidia, come questi due grandi, senza nessun’altra garanzia di quel Dio che si è manifestato liberando Gesù dalla morte. Nessun altro segno ci sarà mai più dato, fuori che questo.

 Franco Careglio

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