È sempre lo Spirito a guidare la storia

La storia e la verità non sono concet­ti estranei tra loro perché il secondo è l’anima del primo. Senza la verità non si scrive la storia. Ogni volta, ad esempio, che in luogo della verità la sto­ria viene scritta in base al “mito”, si cade in pericolose deviazioni e mistificazioni. E i miti hanno sempre condizionato la storia, non di rado mascherandola - se in buona fede - o falsificandola, nel caso opposto.

Di fronte alla domanda esplicita di Pilato: “Che cos’è la verità?” (Gv 18,38), Gesù tace. La parola non è in grado di contenere il soggetto e la verità-persona; non resta perciò che il silenzio, ma un si­lenzio tutt’altro che privo di significato, un silenzio gravido di tutto il mistero e di tutta l’inafferrabilità di Dio, del quale è im­possibile conoscere il pensiero (cf Rom 11,33-35). Ciò sembra attestare che come l’uomo non può vedere il volto di Dio ma soltanto le sue spalle (Es 33,20), così la parola non può esprimere direttamente la verità - la verità viva, compiuta - ma vi può soltanto alludere attraverso la chiarezza della narrazione basata sul rispetto del mistero, evitando la tentazione della valutazione personale. Il silenzio di Gesù attesta l’impossibilità, per la parola uma­na - Egli era Dio ma pure uomo - di espri­mere la verità nella sua pienezza e nella sua profondità.

Nel Vangelo di Giovanni il senso del termine “verità” oscilla tra la realtà di­vina e la conoscenza della realtà divina, quindi tra un significato oggettivo e uno soggettivo. L’interpretazione cattolica ha inteso la verità soprattutto nel primo senso, cioè come verità dogmatica. Ed è lo Spirito a guidare la Chiesa ad una piena conoscenza dei contenuti della Rivelazio­ne, che l’uomo, con la sola forza del suo intelletto, non potrebbe mai raggiungere. Alcuni antichi padri della Chiesa, in par­ticolare Sant’Ireneo, chiamano lo Spirito Santo la “nostra comunione con Dio”.

Nello Spirito, infatti, noi entriamo in contatto diretto con Dio, cioè senza inter­mediari. Non conosciamo più Dio “solo per sentito dire” (Gb 42,5), ma “di perso­na”, non dal di fuori, ma di dentro. L’a­zione dello Spirito non è dunque limitata soltanto ad alcuni momenti rari e solenni della vita della Chiesa. Esiste, sì, un’azio­ne istituzionale, esercitata attraverso le istituzioni della Chiesa (concili, vescovi, papa), ma esiste anche un’azione intima, quotidiana ed ininterrotta nel cuore di ogni credente. Ecco allora come la storia, cioè la vicenda umana, riceve la sua luce dallo Spirito di Dio, e le sue sofferenze e le sue gioie non possono che essere scrit­te onestamente, proprio secondo la verità fatta risplendere dallo Spirito.

“La verità - scrive il teologo brasiliano protestante Bruno Alves - è il nome dato dalla comunità storica a quegli atti stori­ci che furono, sono e saranno efficaci per la liberazione dell’uomo”. In altri termi­ni, verità non consiste in una semplice espressione del pensiero, ma in un atto concreto capace di liberare l’umanità dall’involucro dell’inganno. Ma se, ripe­tiamolo, non esiste verità al di fuori degli eventi storici nei quali gli uomini sono coinvolti come agenti, se la verità cioè è strumento e non solo conoscenza, la sua efficacia si traduce nella liberazione dei poveri dai vincoli che li incatenano alla condizione di oppressi.

Vi è dunque nell’uomo l’aspirazione alla verità piena e assoluta e al bene vero, spirituale e materiale. Quest’aspirazione è caratteristica dell’uomo. Gli animali, infatti, quando hanno soddisfatto le pro­prie necessità per la vita biologica, sono sazi e non chiedono di più. L’uomo, inve­ce, anche quando ha ciò che è necessario per vivere e star bene, non è soddisfatto: vuole conoscere di più, avere beni sempre migliori, cercare vie nuove per avere ed essere di più, per vivere meglio. Lo riba­disce con chiarezza Paolo VI nella Popu­lorum progressio (n° 6). La storia umana - gli animali non hanno storia - ha preci­samente alla sua origine tale insoddisfa­zione, che spinge l’uomo all’esplorazione dell’ignoto (quello di Ulisse – canto XXVI dell’Inferno – non è un mito!), alla crea­zione di nuove tecniche e di nuovi mo­delli di vita, alla ricerca di nuove fonti di benessere e di completezza.

Ma questa aspirazione alla verità piena e al bene totale, che renda l’uomo pienamente se stesso, come può essere soddisfatta e colmata? Non certo con una verità limitata e un bene finito. Di fronte a questi l’intelligenza tende ad andare ol­tre, proprio perché le è innato andare al di là, verso una nuova meta e una nuova verità, che la renda più felice, senza però mai fermarsi. Alla fine, però, l’intelligenza capirà che solo in Dio trova la propria pie­nezza, perché Egli solo è il datore di ogni vero bene, Cristo solo è il ricapitolatore di tutta la vicenda umana, lo Spirito Santo l’unica luce che illumina appieno la mente e le manifesta i più nascosti tesori.

Per questo la storia trova il suo fonda­mento nell’unica Verità, e non dai miti, che tante volte hanno offuscato e deviato le coscienze. E se ne è avuto un esempio alla recente beatificazione del quattordi­cenne seminarista Rolando Rivi, la cui tragica vicenda poteva oscurare un mito. Scriveva un saggio religioso francescano, poeta e studioso, padre Giulio Maestroni (1922-2012):

“Sul sepolcro dei miti
canterà il coro degli uomini liberi”.

La redenzione implica che Cristo ha realmente assunto su di Sé tutto il male del mondo e lo ha privato della sua capa­cità offensiva.

Dipende ora dall’uomo continuare l’opera della redenzione, tramutando gli strumenti che egli scopre in strumenti di vita e di liberazione e non di falsificazio­ne e di morte.

di Franco Careglio

 

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