LE TENTAZIONI E L’INSOSTENIBILE LEGGEREZZA DEL PECCATO

Parlando di tentazione il pensiero corre subito all’“insostenibile leggerezza del peccato”, parafrasando il titolo di un romanzo di oltre trent’anni fa.
Nel nostro credo, non vi è tentazione nel senso pieno del termine se non esiste una certa connivenza con il male, dal cui fascino è molto difficile sottrarsi.
Eppure se la volontà è salda perché nutrita dalla Parola di Dio, alimentata dai sacramenti, irrorata dalla preghiera, domata dalla penitenza, si dovrebbe riuscire non solo a vincere la tentazione ma altresì a vincere la morte per far trionfare la vita.
La storia della salvezza in cui crediamo trova il suo culmine in una liberazione che porta all’estremo l’onnipotenza di Dio: la liberazione dalla morte.
Professare che Gesù è il Signore e che Dio lo ha liberato da morte è l’atto di fede del cristiano. Le altre liberazioni storiche, di cui il nostro San Giovanni de Matha fu antesignano, sono tutte incluse nella liberazione dalla morte e proiettate oltre i limiti invalicabili del tempo, nel cuore misterioso di Dio in cui vivremo dinnanzi a Lui.
Gesù è stato liberato da morte perché ha creduto. La fede non è, come spesso pensiamo, un semplice assenso mentale o un’adesione culturale alla Parola di Dio: è un modo di esistere che si sottrae al dominio di satana. Il conflitto tra vita e morte, tra bene e male, non è una realtà a sé stante: è dentro di noi. “Morte e vita si sono affrontate in un prodigioso duello: ma il Signore della vita ha trionfato”, come si canta nello stupendo inno di questo tempo pasquale. Attenzione massima, però: non si tratta del duello tra un dio del male e un dio del bene. Cadremmo nell’errore spaventoso da cui millesettecento anni fa Sant’Agostino ci mise in guardia.
Questo duello si combatte dentro l’anima del cristiano perché non vi è terreno più adatto sia per il sole della vita che per il regno di satana. La fede infatti non deve essere vissuta in una sfera autonoma, lontana dalla vita quotidiana, dai confronti drammatici che abbiamo con il tempo. Quando è lontana dalla vita di ogni giorno, la fede diventa alienazione, ci svia dal sentiero concreto delle nostre esperienze, dove rimaniamo con le nostre tenebre e le nostre debolezze. Se noi invece collochiamo la fede all’interno della nostra esperienza, allora essa mantiene la sua forza esplosiva, le sue straordinarie illuminazioni sul senso del mondo e ci dispensa dalla preoccupazione di difenderla dalle filosofie e dalle ideologie, dato che la sapienza di cui è feconda risulta sufficiente a sottoporre a giudizio ogni costruzione dell’uomo.
Proprio l’apparente sconfitta del Messia ci conforta e ci rassicura. Come non condividere il commento di quei “saggi” che vedendo il “sedicente” maestro inchiodato alla croce dicevano con vigliacca ma inoppugnabile ironia: “Ha salvato altri e non salva se stesso; scenda dalla croce e gli crederemo?”.
Ecco il tremendo duello. Muore di morte orrenda e ignominiosa chi addirittura ha ridato la vita ai morti. Come credere ad un controsenso simile?
Eppure quel giovane maestro vinse il tremendo duello. La tentazione satanica vinta da Gesù è la tentazione di tutti i messianismi alla cui base vi è il ragionamento secondo la logica umana, non secondo la sapienza di Dio (Mt 16,23).
Non vi è potere comparabile a quello del Signore crocifisso: questa è la certezza che distingue noi cristiani, anche - e soprattutto - quando siamo alle prese con la salute che ci abbandona.
Noi professiamo tale certezza non per contrapporci agli altri, ma per presentare a tutti gli uomini e donne la possibilità di una liberazione davvero totale, che non si collochi in alternativa alle liberazioni della storia, ma tutte le esiga e insieme tutte le trascenda. È questa liberazione totale che noi credenti anticipiamo nella confessione della Risurrezione del nostro fratello primogenito, Gesù di Nazaret, liberato dalla morte. La fede tuttavia non può prescindere da quel tirocinio storico che è il confronto con le possibilità di salvezza che - ingannevolmente - ci si offrono tutti i giorni e che Matteo e Luca riassumono in tre tentazioni, trasferibili nella nostra esperienza.
La tentazione di riporre nel pane - nei beni materiali - il senso dell’esistenza è costante e produce illusioni e tragiche delusioni. Questo sia detto senza avvilire il povero che cerca pane, magari parlandogli di Spirito Santo. Chi facesse questo, sia pure con parole sante, compirebbe sacrilegio.
L’altra tentazione è quella della religione: un Dio che deve fare miracoli intervenendo nel momento opportuno. Rifiutandosi di affidarsi alla potenza di Dio che lo sorreggerebbe nella caduta dal pinnacolo, Gesù ci mette in guardia da ogni utilizzazione della religione. Caratteristica del Vangelo è di avere escluso che la salvezza sia basata sui miracoli. Quel che conta nella narrazione dei miracoli non è il fatto sbalorditivo, è l’amore verso l’uomo, l’amore che vale più dei miracoli.
Queste tentazioni sono il duello tra la vita - Gesù - e la morte - satana. L’ultimo duello, quello del potere, è il più pericoloso. Gesù rifiuta ogni potere perché è usurpazione di quell’unica signoria alla cui somiglianza siamo stati creati, quella di Dio. Alla sua luce la fede ci appare come unica e totale liberazione. Essa ci dice che Dio solo è il Signore. Di più: Gesù il crocifisso è stato costituito Signore. Colui che il potere umano ha schiacciato, Lui è il Signore.
Molti sono gli esempi che potremmo fare di duello tra vita e morte, tra uomo oppresso che non si arrende dinnanzi all’umanamente inevitabile.
Carlo Acutis (1991-2006), studente italiano aggredito da leucemia fulminante e vinto in soli tre giorni; morì chiedendo l’Eucaristia, la “sua” Eucaristia di cui non poté mai fare a meno; Chiara Luce Badano (1971-1990), vero “capolavoro di Dio”, come disse Chiara Lubich, inchiodata da un male terribile, dette, sorridendo, disposizioni per trasformare il suo funerale in lode al Signore (beatificata il 25.09.2010); Padre Raffaele da Mestre (1922-1972), sacerdote cappuccino di bontà e intraprendenza straordinarie, che lottò e “vinse” la malattia che ne arrestò le attività non l’amore per Dio. Troppo lungo l’elenco dei vittoriosi per queste righe. Ricordiamo ancora, soltanto, Benedetta Bianchi Porro (1936-1964), che sarà beatificata il prossimo 14 settembre 2019. Di intelligenza vivissima, si iscrisse alla facoltà di medicina ma la malattia le impedì tutto fuorché preghiera e amore. Nel duello devastante della malattia, Benedetta fu eccezionale trionfatrice.

 Franco Careglio

L'ULTIMO NUMERO

RUBRICHE
SERVIZI

Questo sito utilizza cookie, anche di terze parti, a scopi pubblicitari e per migliorare servizi ed esperienza dei lettori. Se decidi di continuare la navigazione consideriamo che accetti il loro uso Accetto