LE VIE INFINITE DELLA PACE

È insopportabile attendere l’autobus che ritarda facendo perdere tempo prezioso (prezioso secondo il giudizio degli accorti), mentre l’agenda è stipata da impegni; la pazienza ha un limite allorché si ha a che fare con persone che non comprendono immediatamente le cose più banali, o con bambini che strillano, o con anziani duri di udito, mentre scadenze urgenti (secondo la misura dei solleciti) assillano la mente e riducono lo scarso tempo a disposizione; l’aggressività sia pur solo verbale si camuffa da legittima reazione mentre autisti pronti a scattare tengono il piede sulla frizione e le auto in tensione, avanzano e indietreggiano come cavalli nervosi; la gente poi, all’apparizione della dell’omino verde attraversa con lentezza esasperante le strisce bianche dipinte sul nero dell’asfalto. Ormai i pedoni sono passati, ma il segnale di via libera per le macchine tarderà di qualche secondo e c’è chi dice che questo indugio, in apparenza insignificante, se moltiplicato per le migliaia di semafori esistenti in città è una delle più funeste cause di ingorghi e incidenti. Quando poi – sollievo! – si accende il verde, ecco che la prima macchina della fila di mezzo è ferma, dev’esserci un problema meccanico, l’acceleratore rotto, la leva del cambio bloccata, un’avaria all’impianto idraulico, blocco dei freni, interruzione del circuito elettrico, a meno che non sia semplicemente mancata la benzina, non sarebbe la prima volta. Disattenzione intollerabile.
In fatto di intollerabilità pare si faccia a gara.
Nel nostro quotidiano la parola “pace” gronda di tutta la pienezza spirituale e materiale che aveva sulle labbra dei profeti come Isaia, Geremia ecc. Eppure nella stessa quotidianità questa parola pare essere vittima di un impoverimento profondo, pure avendo nella coscienza una risonanza altrettanto profonda.
La pace non è soltanto una ricchezza che sta all’orizzonte, è già qualcosa che ci riguarda ora, nella misura in cui siamo nuove creature. Parlare di pace può sembrare un’alienazione in più, un modo di consolarci tra un eccidio e l’altro; ma può essere - ed è - un modo di dare aperta espressione a ciò che dentro sentiamo di essere già, in pur minima misura.
Le indicazioni così ricche e varie che ci vengono fornite dalla Sacra Scrittura hanno in ogni racconto un substrato di sopportazione, di pazienza e di mitezza. Beati i miti, disse una volta Gesù. Che crediamo, questi miti siano coloro per i quali tutto va bene, dal semaforo che tarda a farsi verde, dal treno che arriva mezz’ora dopo, dalle file presso gli uffici pubblici - manifestazioni, queste,  di una cattiva gestione della cosa pubblica o di nevrotica intolleranza dei fruitori?
Questi miti sono coloro ai quali vanno bene i diverbi familiari, l’accidia dinnanzi alle richieste di un uomo ferito nel corpo o nell’anima, la confusione morale dilagante, l’orrore della violenza?
No, non sono questi i miti. Sono coloro che, costi quel costi, vanno a portare l’annuncio della pace. Come quei settantadue discepoli (Lc 10,1-20) i quali, su invito di Gesù, non vanno a portare dei pesi che si sovrappongono all’uomo (Lc 11,46), ma vanno a portare nel cuore dell’uomo la speranza e il desiderio della pace. Questa speranza passa attraverso l’umiltà, la mansuetudine, la cordialità, l’amabilità, l’accettazione dei propri limiti come del proprio essere, la purezza del cuore desideroso di amare secondo il piano di salvezza del Padre e non secondo la personale ingannatrice preferenza, la volontà di perseguire anche politicamente la giustizia affinché iniquità, corruzione, disprezzo della vita, invidia, discriminazione, divisione, disparità economiche - peccati che gridano vendetta al cospetto di Dio - possano scomparire grazie alle tensioni del nostro essere cristiani.
È faticoso, certo, ritrovare la semplicità umana, fatta di quella sopportazione di cui solo Cristo fu capace, “Padre, perdona loro…”, di quella pazienza che non fu neppure di Pietro, “No, Signore, questo non ti accadrà; va lontano, Satana, tu pensi secondo gli uomini…”, di quella mitezza che, con tutte le ragioni, neppure Paolo ebbe, “O stolti Galati…” ecc.
La semplicità umana non sta prima ma dopo le nostre fatiche. Non possiamo, onestamente, dire che l’uomo sia un essere pacifico: in noi la tendenza al dominio è così congenita, è così alimentata dalle alienazioni sociali in cui siamo immersi che l’immediata spinta del nostro essere è quella dell’aggressività.
Grazie a Dio, l’uomo non è tutto qui. In ogni uomo, ce lo insegnano bene i santi, c’è l’aspirazione alla pace intesa come fraternità, come condivisione dei beni della terra, come frantumazione di quelle catene da cui siamo avvinti e che si chiamano invidia, presunzione, ambizione, divisione.
Un santo dalla croce rossa e blu sulla tonaca ha lottato contro le catene delle divisioni in modo radicale e profondo. Uno solo lo ha superato: quell’uomo inchiodato alla croce, tra due ladroni, così li chiamiamo, che pure loro lottavano per la liberazione. Erano, diremmo oggi, dei patrioti che volevano la disfatta del potere romano, perché ritenevano che non potesse esservi pace in Israele senza la sua caduta.
La differenza è qui. Essi non sono morti “per qualcuno”, ma “contro qualcuno”. Gesù, invece, non è morto contro nessuno: è “morto per ognuno”. Non era dalla parte di Caifa, o di Pilato, o di Erode; non era neppure un rivoluzionario contro Roma. Egli però ha frantumato le catene in modo radicale e profondo più ancora dell’uomo dalla croce rossa e blu venuto dopo oltre mille anni.
La morte di Gesù, e immensamente di più la sua Risurrezione, che nello scorso mese abbiamo celebrato, ha un raggio di universalità tale che spiega il perché ne parliamo ancora dopo venti secoli.
Ci aiuti il santo dalla croce rossa e blu a contribuire efficacemente a quella Risurrezione, che sarà un giorno anche nostra, attraverso l’umiltà, la pazienza, la mitezza per entrare nelle case dell’uomo ad annunciare la frantumazione delle catene e la sconfitta del peccato.

di Franco Careglio

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