GIOIA E PARRESÌA: VIVERE DA FIGLI E DA FRATELLI

La parola greca parresía ha il senso di franchezza. Essa indica, nel Nuovo Testamento, in particolare negli Atti degli Apostoli, quella “libertà di parola” che è dono dello Spirito Santo agli apostoli e alla chiesa delle origini (cf At 4,13.20.29.31 ecc.). Essa consiste nella grande libertà di testimoniare e annunciare che Gesù è il Cristo e Signore di tutti. Dovremmo tentare di domandarci se oggi abbiamo ancora questo dono, riservato, è vero, agli apostoli ma da essi trasmesso ai cristiani di tutti i tempi. Perché come gli apostoli ci hanno trasmesso il depositum fidei, cioè il patrimonio senza pari della fede apostolica e pura come Cristo ha loro consegnato, altrettanto ci hanno trasmesso la medesima forza e lucidità di parola che con pacatezza e fermezza riflette l’asfaleia  (altro termine greco, si chiede venia) cioè la solidità degli insegnamenti “che tu, illustre Teofile hai ricevuto” (Lc 1,3).
In parole più chiare: stiamo facendo riferimento allo stupendo prologo del Vangelo di Luca, allorché l’evangelista avverte quel signor Teofilo (forse un suo illustre conoscente, o forse il credente di ogni tempo e luogo) che deve credere a quanto insegnatogli con la stessa fermezza della roccia – oggi diremmo dell’asfalto. Ecco da dove viene il nostro odierno asfalto: un qualche cosa di solido, di più che solido, di inattaccabile, che nulla e nessuno può neppure scalfire, non che spezzare.
Ebbene, la gioia è - deve essere - la caratteristica inattaccabile del cristiano. Si tratta di retorica, di frase fatta? No. Basta l’elenco dei martiri, da quelli sbranati dai leoni a quelli polverizzati dalle bombe e dall’odio di oggi per confermare questa gioia. Andiamo a vedere quanti sono i cristiani che, alla faccia di bombe e odio, sanno dire: “la morte non ci appartiene”. Sono infinitamente di più di quanti immaginiamo.  
Non che si debba aspirare al martirio come faceva un grande dei tempi antichi, forse con un pizzico di masochismo: Sant’Ignazio d’Antiochia (+ 117) che desiderava ardentemente essere “macinato dalle belve per diventare pane di Cristo”. Abbiamo oggi mille e più occasioni per fare altrettanto, esponendoci alla derisione, al dileggio di quanti credono che tutta la gioia sia fondata sull’accumulo del denaro e sul “mi piace”, in altre parole le tre S (salute, soldi, successo). Questa “felicità” molto promette ma non spegne affatto la sete. La cura fanatica della forma e dell’immagine, l’ansia di avere sempre di più per godere ogni stilla di piacere, la ricerca ossessiva di un grado sempre più alto di potere e di successo, che cosa dà? Il rischio di sprofondare nelle sabbie mobili della depressione, di essere preda del pantano della droga, di precipitare nell’abisso della disperazione.
C’è dunque una via cristiana alla felicità? La prima bella notizia che il Vangelo ci consegna è: sì, la via c’è: è la via delle beatitudini. Non è vero - e chi l’ha detto non era ben informato - che il cristianesimo sia la religione della croce quaggiù per la felicità lassù. No, il Vangelo è la strada per la felicità già quaggiù, non nonostante ma proprio attraverso la croce. Senz’altro Gesù di Nazaret intende fare un’offerta di felicità: ma la sua non è soltanto una promessa : è una proclamazione.
I profeti avevano parlato di felicità al futuro: quando sarebbe venuto il Messia atteso, Dio avrebbe instaurato un regno di giustizia e di pace e i poveri sarebbero stati felici. Ma per Gesù quel futuro è già cominciato, e dunque già nel presente è possibile sperimentare gioia e bellezza di vita. Agli ultimi della società - che oggi stanno diventando sempre più ultimi, e l’unico che si espone allo sprezzo è Papa Francesco, che non teme di prendere le parti dei miserabili, cioè di Cristo - Gesù non propone ricette economiche né promette il ridimensionamento dello spread - i poveri non sanno neppure che cosa sia - ma neanche lontanamente benedice o consacra l’ingiustizia e la prepotenza che causano la loro miserevole condizione. Basti vedere i quattro guai (Lc 6,24-26) che egli rivolge ai ricchi, ai gaudenti, ai buontemponi, agli “riusciti” nella vita.
La gioia cristiana è anzitutto il donare se stessi, sulle orme di Cristo. Come quel cardinale, poco più di mese fa, che posata la porpora è andato a ridare la luce elettrica a della povera gente che stava al freddo e al buio con i propri bambini.
La gioia che Gesù dona può coesistere anche con la sofferenza fisica, anzi le dona un senso. Quanti sono i cristiani che lo dimostrano, che soffrono in silenzio, amando, pregando, come Edvige Carboni (1880-1952), che verrà beatificata il prossimo 15 giugno 2019, come i sette vescovi romeni uccisi dallo scellerato regime comunista, beatificati lo scorso 2 giugno…
Eppure questa gente non si lasciò vincere dal male. È beata perché fu afflitta più dal male degli altri che dal proprio, perché si prese pena del male del mondo, senza mia covare né rabbia né rancore verso i responsabili.
Beati saremo anche noi, se rinunceremo ad imporci agli altri con la forza delle azioni violente, delle parole taglienti, del desiderio di vendetta.
Beati saremo anche noi, se non ci faremo travolgere dalle contrarietà, mantenendo fermamente quella gioia che Cristo ci ha lasciato e gli apostoli ci hanno trasmesso, perché non sono gli avvenimenti che contano nella vita, ma ciò che grazie ad essi si diventa.
Beati saremo anche noi, se lasceremo a Cristo il timone della nostra barca, senza illuderci di essere mai i padroni del vento dello Spirito, pur lavorando e soffrendo senza sosta, perché gioia e fermezza, contrariamente alla talora pavida prudenza umana, siano sempre le carte d’identità che ci qualificano come cristiani. 

di Franco Careglio

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