IL CRISTIANO: GRANDE E STRAORDINARIO NEL QUOTIDIANO

Non pochi sono i santi o i semplici cristiani ai quali è bene guardare come esempi di grandezza e di straordinarietà. Ma in che cosa furono grandi ed eccezionali? Forse nel compiere miracoli spettacolari, nello slancio eroico sia pur momentaneo, nel comporre liti e nel recare a città e a schieramenti politici accordo e pace? Anche. E oggi, soprattutto di quest’ultimo aspetto per cui vediamo che proprio coloro che dovrebbero mostrarsi esempi di riconciliazione e di progresso verso la concordia stanno costantemente all’erta, muniti di armi verbali molto taglienti e – Dio non voglia – anche di armi concrete (non trattasi di impressione peregrina, vedi non pochi esempi scoraggianti di politici disonesti, di magistrature corrotte), sono i primi a manifestarsi per l’esatto opposto di quello che dovrebbero essere.
A parte ciò, quali esempi possiamo accogliere di grandezza e di straordinarietà nel consueto migrare dei giorni?
Se ne potrebbero individuare due, attingendone uno dal Vangelo e l’altro dalla vita quotidiana di una persona qualsiasi, già indicata come “servo di Dio” dalla Chiesa.
In un episodio narrato da Luca (7,36-50), Gesù siede a tavola di un signore chiamato Simone, persona degna, corretta, integerrima. Certo capace di fare la carità ai poveri, virtù encomiabile, da consolidare, ma così interna a questo mondo disuguale che alla fine può anche servire a far sì che esso si conservi, non si trasformi. Nulla da dire comunque su questo signor Simone, dalle idee ben chiare sulla legge. Forse fin troppo chiare. Entra nella sala una donna che vive nel peccato. Il suo comportamento appare deviante, anche tenendo conto del costume orientale: versa olio profumato sui piedi di Gesù, li lava con le sue lacrime, li asciuga con i suoi capelli. La legge, cioè Simone, tentenna il capo: si tratta di una donnaccia, se Gesù sapesse tutto non permetterebbe simili effusioni. Gesù invece la guarda con amore: ella è ormai entrata nella nuova legge, quella dell’amore, che la legge morale, calcificata nelle severe norme giudaiche, non potrà mai comprendere. Abbiamo qui veramente le due alternative, la grazia e la legge, ossia lo straordinario nell’ordinario.
Simone è l’emblema di una certa concezione dell’esistenza, precisa, chiara, ordinaria. In questa concezione è fondamentale distinguere la virtù e il vizio, la santità e il peccato, i buoni  e i cattivi. È la legge che nel popolo giudaico aveva origini sante, le tavole consegnate da Dio a Mosè sul Sinai.
E Gesù che ha fatto in questo episodio? Non ha compiuto miracoli portentosi, non ha cambiato l’acqua in vino, non ha moltiplicato i pani; ha dato un’anima alla legge.
Ci ha ricordato che la legge di Mosè, ed è Paolo il primo ad evidenziarlo, era al servizio dell’uomo. Il suo senso intimo era il servizio della vita. Ricordiamoci però che sarebbe un pessimo modo di leggere il Vangelo quello di intenderlo secondo una linea permissivistica, che svaluti la distinzione tra virtù e vizio, tra bene e male. L’alternativa tra il bene il male è una drammatica e decisiva scelta della nostra vita e noi cristiani sappiamo che i buoni meritano rispetto e i cattivi deplorazione. La legge è buona, purché essa non diventi motivo di presunzione, che impedisce di comprendere ciò che veramente avviene nel cuore umano, che il vero bene non è l’idea che di esso  ce ne facciamo, ma è il trionfo della vita, è la concreta straordinarietà delle possibilità disseminate dentro di noi dal Padre. È la crescita comune, nello scambio di amore, nello scambio di doni, nella cooperazione leale ed operosa. È la capacità, faticosa certo, ma straordinaria nell’ordinarietà dei gesti quotidiani di perdonare, di perdonarsi, di rendersi l’un l’altro generosi ed attenti. E non si finirà mai di ringraziare Papa Francesco per quei suoi semplici gesti, quelle sue paterne e fraterne parole, per quel suo essere straordinario nella semplicità dei rapporti interpersonali di ogni giorno: quando bacia un bambino, quando si china su una persona malata…
Gesù non aveva scarpe rosse, non aveva tiare, non aveva flabelli, non aveva manti se non quello, sconciamente e dolorosamente orribile, gettatogli addosso dopo la flagellazione. E sulla croce non aveva che quel cencio odiosamente pudico che gli cingeva i fianchi. Particolari di secondo ordine? No. Dimostrazione che tutto è possibile a chi crede, a chi si fida come il giovane Maestro di Nazaret del Dio della vita, che non abbandona i suoi fedeli, ma che li ama anche quando scende l’oscura notte del Calvario.
Quelle parole, un soffio di paurosa fatica fisica e non morale “Padre perdona loro…”, sono l’esempio più eloquente della straordinarietà nell’ordinario peso della croce quotidiana, che ognuno porta, se vuol essere suo discepolo. Non sono pura cancellazione del male, ma atto di fiducia nelle capacità della coscienza di risorgere e di imboccare un nuovo cammino.
L’altro esempio di straordinarietà nell’ordinario ci è offerto da un sacerdote trinitario, sconosciuto, ma che un giorno senza dubbio sarà onorato sugli altari.
Padre Félix Monasterio y Ateca nacque da modestissimi agricoltori a Rigoitia (Spagna) il 2 maggio 1902. Sacerdote dal 1925, si segnalò per lo studio della teologia morale e per l’amore al suo Ordine. Si dedicò al servizio dei poveri e venne chiamato al non facile compito di maestro dei novizi, che indirizzò con l’amore e con l’esempio alla preghiera e all’azione, alla carità illimitata, alla povertà liberatrice. Nulla fece di eclatante, se non essere straordinario nelle cose ordinarie e nei gesti quotidiani, colorando i suoi brevi 49 anni (morì nel gennaio 1951) di gioia e di pace.
  Ci doni sempre il Signore profeti come questo che ci parlino non solo dai roveti ma dalla fatica quotidiana.

di Franco Careglio

L'ULTIMO NUMERO

RUBRICHE
SERVIZI

Questo sito utilizza cookie, anche di terze parti, a scopi pubblicitari e per migliorare servizi ed esperienza dei lettori. Se decidi di continuare la navigazione consideriamo che accetti il loro uso Accetto