LA LIBERAZIONE IL REGALO PIÙ BELLO DI GESÙ BAMBINO

La solennità dell’Incarnazione - che una abitudine plurisecolare, anzi bimillenaria - ci fa chiamare Natale (e Natale di chi? ci ricordiamo che non è quello delle luminarie, ma dell’apparire nel tempo dell’Autore dei secoli?) è particolarmente adatta a farci capire l’indole intima della fede cristiana, in rapporto alla cultura odierna in costante discutibile trasformazione.
Natale è tempo di doni. Ma è, innanzitutto, dono esso stesso. Il dono che Dio fa - non di qualcosa di tangibile e contingente - ma di se stesso agli uomini.
Forse pochi sanno che il Natale non ha origine cristiana.
La Chiesa nella sua impresa pastorale coraggiosa ha assunto festività e luoghi sacri a divinità pagane trasformandole in feste e simboli cristiani. Come, per chi vi è stato, la chiesa di S. Maria sopra Minerva, ad Assisi, dove sorgeva un tempio dedicato a quella dea greca e che i cristiani della prima generazione trasformarono in luogo di culto dedicato a Maria.
Parallelamente avvenne per la festa del Sole che proprio il 25 dicembre si celebrava nel mondo romano con pubbliche manifestazioni, perché la giornata cominciava sia pur di pochi istanti ad allungarsi e il sole  riprendeva lentamente il vantaggio sulle tenebre. La vita allora era così legata alle variazioni cosmologiche che la fine dell’inverno, già abbondantemente anticipata in questo minuscolo evento solare, costituiva motivo di festa.
La nostra vita oggi non dipende - come nella civiltà contadina, ancora di meno di un secolo fa - dai cambiamenti del cielo, ma da quelli della terra. Eppure meno di un secolo fa il Natale era fortemente vissuto come dono, come vera festa con la quale, oltre a mettere da parte preoccupazioni, conflittualità e risparmi accaniti causa fame e freddo, si gustava profondamente il dono del Dio fatto bambino, che nasce in una stalla per solidarizzare con i poveri e i derelitti. San Francesco stesso, devotissimo del Natale, volle rappresentare il disagio del Dio fatto uomo che giaceva in una mangiatoia e inventò il praesepium, presepio, cioè mangiatoia, stalla. E volle che anche i muri, se quel giorno divino cadeva di venerdì, mangiassero carne.
Bisogna allora concludere che i tempi passati fossero meglio di quelli odierni? Già sant’Agostino avvertiva, 1600 anni fa, che tale domanda è senza senso.
I tempi migliori sono quelli che viviamo, nei quali la Provvidenza ci ha chiamati a vivere, così come l’età più bella non è quella dei vent’anni, è quella che si ha. Il problema sta nel come viviamo il nostro tempo. Come lo valorizziamo. Da pessimisti per più di un aspetto saremmo autorizzati a farlo; da cristiani dobbiamo valorizzarlo come dono. Soprattutto in questa opportunità del Natale. Perché il messaggio evangelico che riguarda l’apparizione di Gesù a Betlemme è talmente ricco, ha tali gamme di significati da potersi allacciare fecondamente alla odierna modalità dell’esperienza umana.
Non si sbaglia se si dice che l’ansia che scuote il mondo è quella della liberazione. La liberazione, intesa nel senso più vero e profondo, chiede che ogni persona sia nel mondo soggetto responsabile, non condizionato dagli altri, non modellato dalla prepotenza delle culture correnti, non sottoposto nel suo essere fisico normale o diverso che sia dalla imposizione dell’apparenza e della utilità. È questo il primo dono del Natale: la liberazione. Maestro della liberazione fu, quasi nove secoli fa, quell’uomo dalla croce rossa e blu sul petto. Non ammiriamo quest’uomo, imitiamolo.
Il fragile fanciullo di Betlemme - Dio onnipotente diviene umanità fragile - ci insegna ad essere liberi e salvi. Ma che significa, per noi, oggi, essere salvi? Che significa per i braccianti agricoli, sfruttati fino all’inverosimile? Che significa essere salvo per il mondo femminile, colpito dalla violenza, dalla tratta disumana? Si dice che la schiavitù sia scomparsa dalla civiltà europea. È un errore, la schiavitù ancora esiste e pesa sciaguratamente sulla donna: si chiama prostituzione. Vergogna antica. Pesa sulla grazia, sulla debolezza, sulla bellezza, sulla maternità. Che significa essere salvi per i giovani e i giovanissimi, colpiti dalla quel fango mentale e fisico cui si è dato il nome di bullismo? Vergogna nuova per la nostra lungimirante epoca scientifica.
Non possiamo rimandare queste attese, che ci vengono dal dono del Natale, in un impalpabile al di là.
Dobbiamo, messianicamente, legare queste attese alle possibilità storiche. In tali possibilità è celebrato l’Annuncio di salvezza. Una sola cosa richiede tale annuncio, che è dono, per essere da noi valorizzato: lasciarci amare da Dio. Egli, come dice Giovanni nello stupendo prologo del suo vangelo, viene tra i suoi ma i suoi non lo riconoscono neppure, e meno ancora lo amano. Chi lo riconosce, chi lo ama?  Quelli che non sono i suoi. Lo riconoscono - ecco il racconto evangelico - i pastori che, secondo le norme di quei redattori di diritto canonico che erano i farisei, non erano degni di leggere la Sacra Scrittura, neppure di ascoltarla. E a chi arriva l’annuncio del dono, dopo essere rivolto a Maria e di conseguenza a Giuseppe? L’annuncio arriva ai pastori. Ecco il paradosso di Dio. Arriva a loro, ed essi lo accolgono: vanno, vedono e “tornano glorificando e lodando Dio “ (Lc 2,20).
L’uomo dalla croce rossa e blu non avrebbe timore, oggi, di mettersi dalla parte dei pastori disprezzati, degli sfruttati, degli schiavi e schiave, dei “bullizzati”, dei senza titolo e voce.
Se noi cristiani del XXI secolo ci impegniamo a recuperare l’annuncio evangelico, mettendolo a frutto come Maria, come Giuseppe, come i pastori, nell’affidamento, nell’operosità, nel sacrificio, guardando il volto dell’uomo che soffre, che sta fuori della città, senza titolo, senza nome, senza dimora e tentando di offrire una dignità, un dimora, un nome, faremo l’esperienza del dono.
Capiremo quanto esso sia forte e creativo se lo accogliamo. Oltre ai regali più o meno ricchi che potremo scambiarci, oltre alla colluvie di auguri, ci ridarà la freschezza della parola evangelica: la parola mattutina, del primo albore del mondo nuovo inaugurato dal Cristo nella povertà di Betlemme.   

di Franco Careglio

L'ULTIMO NUMERO

RUBRICHE
SERVIZI

Questo sito utilizza cookie, anche di terze parti, a scopi pubblicitari e per migliorare servizi ed esperienza dei lettori. Se decidi di continuare la navigazione consideriamo che accetti il loro uso Accetto