LA SAPIENZA NASCOSTA

“Chi vuol salvare la propria vita la perde e chi perde la propria vita la salva”. Per comprendere bene il senso di queste parole, ben note a quanti hanno un minimo di familiarità con i Vangeli, teniamo conto che qui Gesù non pone se stesso come termine di amore in contrasto col padre o con la madre – “chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me” -.
Egli non si introduce nell’orizzonte affettivo come polo che totalizza gli affetti umani perché, come dice subito dopo, il punto di riferimento non è Lui in quanto persona, ma è il suo amore per gli uomini che consiste nel prendere la croce. Questa frase significa porsi dalla parte di coloro che aspirano alla vita. E la vita è la parola di Gesù, unico mezzo per liberarsi da ogni soggezione interiore e per mettersi in cammino verso il Regno di Dio.
Questo però richiede il confronto con gli altri, l’apertura all’altro: si può chiamare “sapienza nascosta”: la volontà di ascoltare l’altro, di porsi in discussione, di verificare e confrontare le proprie scelte e il proprio operato.
Le relazioni umane sono - o almeno dovrebbero essere, se cristiani, prima di autodefinirci in tal modo, siamo - relazioni evangeliche. Coloro che sedevano nel sinedrio non si interrogavano, non si mettevano in questione. Era già stabilito, dalla loro legge, che essi soli erano i discepoli di Mosè, i tutori della legge e della verità. Questa è una falsa sapienza. Sapienza significa confrontarsi reciprocamente, fare propria l’umiltà senza dare nulla per scontato all’infuori della Parola di Dio che è Cristo. Guardarsi bene, come scriveva Manzoni, dal “prendere per cielo il proprio cervello”.
E allora si potrà dialogare e intendersi. Umiltà non vuol dire acquiescenza, vuol dire cercare ciò che ci unisce, non quello che ci divide, come insegnava sessant’anni fa San Giovanni XXIII e come oggi magistralmente e instancabilmente ci insegna papa Francesco. Intendersi, parlare lo stesso linguaggio, significa non tollerare una cultura le cui meccaniche sono quelle della divisione tra gli uomini. Potrebbero venire qui subito in mente le divisioni acerbe tra i politici, ognuno dei quali è certo, come quelli del sinedrio, di stare dalla parte della giustizia e di lavorare per il bene del popolo. I guerreschi insulti, le pietose baruffe cui sovente capita di assistere proprio da coloro che si vorrebbero riconoscere come primi costruttori di umanità, sono espressione, se se si vuole recondita, di violenza, non di sapienza.
Allora tocca a noi, cristiani di tutti i giorni, diventare portatori di speranza attraverso l’esercizio paziente della tolleranza, della parola pacata ma ferma, dell’educazione familiare, dell’accettazione del diverso (che non ogni volta equivarrà a condivisione). Il futuro, insomma, sarà affidato non tanto agli uomini politici che si aggirano dentro la strettoia terribile della ragion di Stato, e nemmeno alle masse intese come forza d’urto, ma a questa rivoluzione sapienziale che nasce dall’unico centro creatore della storia che è la coscienza cristiana dell’uomo.
Pensiamo alla fatica durata da San Giovanni de Matha, quando propose il suo piano di liberazione dell’uomo dalla schiavitù: quanto porte chiuse dovette persuadere (non sfondare) ad aprirsi. Ecco la sapienza nascosta. Pensiamo alla fatica erculea che sta sostenendo Papa Francesco (83 anni) per far comprendere come ogni gesto di pace apre ad un gesto evangelico.
Ma dai tempi dell’uomo dalla croce rossa e blu a quelli del papa argentino corrono nove secoli, e né l’uno né l’altro ha trovato ognora un interlocutore sapiente. Ha trovato piuttosto “saggi” che invitavano caldamente alla “prudenza”.
Ma la prudenza non è il tacere. Prudenza è osare, è parlare. Di lì sorge l’intesa. Come sorse una inaspettata intesa tra uno scrittore ateo e un sacerdote negli anni della Seconda Guerra mondiale (1943-45): padre Giovanni Baravalle (1915-1999, dei religiosi fondati da San Girolamo Emiliani, detti Somaschi) e Cesare Pavese (1908-1950). Dal novembre 1945, per sfuggire alla persecuzione fascista, lo scrittore viveva nascosto nel Collegio Trevisio di Casale Monferrato; e quel prete umile, dotto, tenace, lo accostò cautamente e riuscì a fargli leggere un Commento al Vangelo di San Matteo. Pavese, che chiamava Baravalle “il mio prete”, lo mantenne per il resto della sua vita come suo interlocutore costante. Nacque un’intesa, una collaborazione intellettuale, un partecipazione di intenti di pace che approdarono nel diario Il mestiere di vivere e nel romanzo La casa in collina. In questo romanzo si trova la figura di padre Felice, che altri non è che il ritratto letterario della figura di padre Baravalle. Lasciamo al giudizio di Dio la fine di Pavese, anima irrequieta e tormentata, che ebbe il merito di saper ascoltare e collaborare.
Così fu per Italo Svevo (1861-1928), di cui tutti avremo letto, almeno per dovere scolastico, La coscienza di Zeno. L’intesa con la moglie Livia, cattolica, lo portò al battesimo, alla conoscenza del Nuovo Testamento (era di famiglia ebraica, eppure spaziò dalla Bibbia a Renan e ai filosofi cattolici). A Dio sempre il giudizio dello scrittore e pensatore sostanzialmente ateo che al suo funerale non volle né preti né rabbini.
Altri esempi si potrebbero fare, ma tali esempi sono la gloria di Dio. Tutto quanto Egli creò “era cosa buona”. Dipende da noi, oggi come in qualsiasi altro squarcio di tempo della nostra bimillenaria storia di cristiani, manifestare con generosa intesa ed attenta partecipazione che non vi è nessuna altra potenza a cui occorre credere, in questo mondo, se non a quella della Croce del Signore. Ci sostenga a tale obiettivo, iniziando il nuovo anno, la Madre del Signore, Madre del Buon Rimedio.

di Franco Careglio

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