L’AZIONE SOCIALE È CRISTIANA SE EDUCA L’UOMO ALLA VERITÀ E ALLA GIUSTIZIA

La parola evangelica che più si adatta al tema da accostare qui è quella famosissima - e purtroppo passata in proverbio - del “Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è Dio” (Mt 22,15-21). Que-ste parole hanno influenzato la storia e l’agire della civiltà, e sono state punto di riferimento di innume-revoli controversie politiche e religiose.
Proprio per questa loro immersione nel groviglio dei conflitti e utilizzazioni ideologiche, le parole evangeliche sono difficilmente recuperabili nel loro senso autentico. Esso invoca la non sottomissione dell’un potere - quello di Cesare - all’altro, quello di Dio, cioè quello dei sinedri e delle caste allora e quello delle odierne ingerenze reciproche dei due poteri.
Obiettivo, questo, che non dipende soltanto dai potenti che hanno in mano le sorti del mondo e ai qua-li basta premere un pulsante perché un aereo con oltre 170 persone a bordo si schianti al suolo, ma di-pende non meno dalle scelte che io compio ogni giorno, rispettando la “casa comune” (papa Francesco, Laudato si’), rispettando il povero, il senza casa, l’esiliato, il malato, il “vegetativo” (che è vita, diversa da quella consueta, ma è vita). Se io mi consapevolizzo che i dieci comandamenti hanno acquisito oggi un raggio enormemente più ampio di quanto potevano avere nel passato, allora mi renderò conto che il mio essere cittadino della città terrena sarà vero per quanto è vero il mio vivere il Vangelo, perché nulla vada perduto (Gv 6,12), perché si ripongano le ceste con i pezzi avanzati (Mt 14,20), perché si perda tempo a soccorrere l’infelice mezzo morto (Lc 10,30).
Insomma, il mio essere cittadino attivo, la mia azione sociale, il mio donarmi alla Parola non si limiti alle giaculatorie e alle coroncine. Sappia unirsi all’opera degli Zanotelli, dei Ciotti, dei p. Eligio, dei Mazzi (novantenne!), dei Picchi, dei Benzi e dei La Pira (e di questi ultimi tre è ora in corso la causa di beatificazione) - e di tanti altri che solo dall’Eucaristia hanno attinto la forza per non disperare e conti-nuare ad essere cittadini ardenti di illuminare di Vangelo la città terrena.
Forse non tutti i personaggi citati sono riusciti ideali né a Cesare né ai rappresentati di Dio, ma hanno lavorato, hanno pagato di persona anche scelte talora non del tutto adeguate, magari anche errate, ma non sono stati a guardare: hanno fermato il cavallo, ne sono scesi e hanno “perso tempo” a soccorrere quell’uomo - straniero ed eretico - per il quale Cristo ha fatto ben di più: è morto in croce.
Gesù rimanda i suoi interroganti con quella risposta in apparenza sibillina. Insegna che esiste un ambito del provvisorio, del quale l’uomo soltanto, e nessun altro, è responsabile. L’azione pensata e attuata dai grandi di questo mondo per i quali, come si è ben visto nei mesi scorsi, la vita umana vale meno di un prodotto qualsiasi, di fronte all’azione degli umili della terra, per la quale sovente rischiano la vita, non sono forse un contributo nefasto il primo e costruttivo il secondo nel far decrescere o crescere l’uomo nella verità e giustizia evangeliche?
E chiediamoci, fermandoci un attimo: che cosa è mai in concreto la giustizia? Nel linguaggio biblico non è semplicemente la garanzia offerta ai diritti individuali, l’eliminazione di tutte le fonti di oppressione: è la piena alleanza - la nuziale alleanza, si potrebbe dire - tra Dio e l’umanità, il godimento pieno e universale di tutte le ricchezze della terra, lo scambio fecondo ed inesauribile dei rapporti di amicizia e collaborazione tra gli uomini. Questa ricchezza positiva, che è appunto l’adempimento del Regno, si chiama giustizia. Il compito di chi crede in Dio è quello di adoperarsi totalmente perché questa giustizia avvenga. Se ad esempio io, come uomo di Chiesa, guardo all’umanità e mi preoccupo - semplicemente - di portare di portare gli uomini alla Chiesa, di condurli all’ovile, sono fuori strada. In realtà il compito mio e della Chiesa è di metterci al servizio della giustizia. Se noi smarriamo questo orientamento mes-sianico su cui così fortemente insiste la Parola di Dio (vedi il discorso di Pietro in At 10,34-35: “In verità sto rendendomi conto che Dio non fa preferenza di persone, ma accoglie chi lo teme e pratica la giusti-zia, a qualunque nazione appartenga”), allora sotto gli involucri sacri della religione si alleano le forze del male, quelle che come cristiani dovremmo debellare.
Ben comprese questo concetto un illustre maestro di teologia di Parigi, quasi nove secoli fa, il quale, deposta la toga e indossata una rozza tonaca con impressa sul petto una croce rossa e blu, si donò per il resto della vita a costruire la giustizia nella misura delle sue forze. E venne seguito da una quantità impensabile di uomini che, attratti da quell’ideale, si resero artefici e responsabili degli ordinamenti terreni. Ecco un esempio storico di educazione alla verità e alla giustizia, espressione perfetta dell’essere citta-dini attivi in questo mondo, non appartenenti ad esso, ma viventi ed operanti in esso, per renderlo più umano e più abitabile.
Quell’uomo di tanti secoli fa, dall’abito strano, ci insegna ancora oggi che per l’impegno messianico nella città terrena, per esserne costruttori attivi e generosi, non dobbiamo fare altro che liberare l’uomo dai suoi ceppi, oggi più numerosi e pesanti che nel passato. Infatti, pur avendo compiuti passi notevoli (almeno nel nostro vecchio Occidente) nella libertà dalle malattie, dalla fame, dalla miseria sono sorti altri ceppi, qui nel nostro continente, non meno atroci e devastanti delle epidemie, delle schiavitù legalizzate, della fame.
Nell’uomo ci sono più speranze di quelle che egli stesso conosce. Vi è un di più che io cristiano devo tutelare e garantire con la mia azione di cittadino che passa, vede e si ferma. Non tira diritto. La fede nel Dio vero è anche tutela dell’uomo vero, dell’uomo nella totalità nascosta delle sue speranze.

di Franco Careglio

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