Se il dolore apre alla speranza

  • Stampa

Questo mese la rubrica “Cura e Ria­bilitazione” dedica il suo spazio alla XXII Giornata Mondiale del Malato celebrata l’11 febbraio 2014. Ne par­liamo con mons. Rocco Talucci, Arci­vescovo emerito di Brindisi-Ostuni dal 2000, e già delegato per il laicato per la Conferenza Episcopale Pugliese.

La Giornata Mondiale del Malato è giunta alla sua XXII edizione. Cosa ha rappresen­tato in questi anni questa iniziativa?

La giornata del malato ormai appartiene alla storia del Concilio, che ha seminato nel cuore degli uomini e della Chiesa ulteriore sensibi­lità nei confronti di chi soffre, e dell’ammalato in particolare, nella logica del buon samarita­no che si ferma accanto alla persona. La pietà diventa servizio. La Costituzione conciliare Lumen Gentium raccomanda gli ammalati al Signore perché li salvi e ai sacerdoti e fedeli tutti perché ne abbiano cura. Centrale è l’at­tenzione ai malati nel Vangelo, nell’esperienza degli apostoli e nella storia della Chiesa. Questa attenzione ha risonanza mondiale. In­serisce la sofferenza dei malati nella sofferen­za di Cristo, trasformando la malattia in una testimonianza d’amore. L’ammalato che soffre ed offre è simile a Gesù. Si è sviluppato così anche l’apostolato della sofferenza, nella quale gli ammalati sono non solo destinatari di cure ma soggetti attivi di salvezza. Quanti ammalati vivono con gioia la loro prova. Quanti sono diventati santi nella ma­lattia, offerta per amore a Dio e per la salvezza degli uomini. Sono nate tante associazioni per il sollievo della sofferenza, per l’accompa­gnamento degli ammalati che, pur rimanendo tali, si sentono protagonisti di tante scelte e iniziative prima impensabili. La giornata mondiale ha reso abituale una vera pastorale, cioè un’attività programmata in seno alla Chiesa per promuovere il protagonismo dei sofferenti.

Fede e carità “anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli” (1Gv 3,16). Questo è il tema di quest’anno. Cosa significa?

Non può esserci fede senza carità. E la carità vera presuppone la fede. Cioè non è solo filantropia o sensibilità pietistica o vicinanza ai parenti. Nell’amore di Dio ogni uomo è mio fratello. Questa è la carità cristiana. Tanto che S. Giacomo afferma che la fede senza la carità è morta e che la carità da sola presenta la fede. Gesù è la carità vera perché ha dato la vita per i fratelli. Questa la cifra dalla quale partire per coltivare la nostra fede, per mani­festarla nella carità, per essere capaci di dar la vita. L’amore fino al dono manifesta la fede autentica. Questo insegnamento è al centro del messaggio di quest’anno, perché nessuno può essere felice da solo e tutti possono fare qualcosa per gli altri. E’ dono di vita l’amore, l’attenzione, il tempo, il sorriso, il sacrificio, la parola, una cura, un volontariato, un servizio professionale motivato dalla fede. Tutto quello che viene fatto all’altro è un dono, e Gesù lo ritiene fatto a sé tanto è grande l’amore. Nel messaggio il Papa parla di speranza e di coraggio: speranza perché ora il dolore si apre alla gioia della resurrezione, coraggio per affrontare la sofferenza in compagnia sua. Il Papa ricorda che la sofferenza e la morte non sono l’ultima parola. L’ultima tappa della nostra esistenza è l’accoglienza da parte del Signore. Nella logica della misericordia cam­mina la scelta del Vangelo: il Padre ha dato il Figlio per amore, Gesù ha dato se stesso per amore, noi possiamo donarci per amore, nelle forme possibili a noi, ma sopratutto col cuore, al punto che, anche quando non possiamo fare qualcosa di concreto, possiamo ancora amare, cioè volere il bene di tutti. Un cuore che ama manifesta il sorriso di Dio e la sua tenerezza di padre per ogni figlio, per ogni uomo.

Cos’è la “pastorale della salute”?

La pastorale della salute è un’attività pasto­rale della Chiesa. È un organismo della Cei a livello nazionale che studia annualmente problemi e progetti riguardanti le malattie e i malati. Coltiva contatti con tutti gli orga­nismi sanitari per umanizzare la medicina e per sottolineare il primato della persona, specialmente quando è ammalata, cioè debole. Vi è una pastorale della salute nelle Diocesi per rendere più concreto e stabile il servizio in un territorio e si prolunga anche nelle singole parrocchie dove si riesce ad individuare perso­nalmente i singoli ammalati, ai quali donare attenzione nella logica dell’amore. La larga presenza dei cappellani negli ospedali o delle suore nei reparti o dei volontari nelle singole case segnano una rete di solidarietà, di condi­visione insieme a tutte le varie istituzioni che rendono duratura e valida, e non occasionale, una vicinanza, un servizio, un dono, il pas­saggio dell’amore. Il vero cristiano è colui che, amato da Dio, ama il prossimo, specie il più debole. Chi incontra così l’ammalato incontra il Signore Gesù.

 
di Claudio Ciavatta

 

Questo sito utilizza cookie, anche di terze parti, a scopi pubblicitari e per migliorare servizi ed esperienza dei lettori. Se decidi di continuare la navigazione consideriamo che accetti il loro uso Accetto