Dio fatto uomo. Come un infermiere

  • Stampa

Occupazione in calo, precarizzazione del la­voro, offerta ospedaliera in declino e nuo­vi contesti occupazionali in crescita, come Rsa e servizi assistenziali sul territorio. I rischi incombenti: perdita delle capacità lavo­rative, rinuncia alla professione, emigrazione. È il quadro che emerge dalla ricerca del Cen­tro studi Nursind su “Andamento dell’occupa­zione infermieristica in Italia dal 2003 al 2013”. Ma chi è l’infermiere oggi?. “Dio fatto uomo è come un infermiere”. Queste le parole di Papa Francesco circa un anno fa durante l’omelia di una messa mattutina a Santa Marta. Queste le parole esatte del Pontefice, riportate dalla Radio Vaticana: “A me, l’immagine che viene è quella dell’infermiere, dell’infermiera in un ospedale: guarisce le ferite ad una ad una, ma con le sue mani. Dio si coinvolge, si immischia nelle nostre miserie, si avvicina alle nostre pia­ghe e le guarisce con le sue mani, e per avere mani si è fatto uomo. È un lavoro di Gesù, per­sonale. Un uomo ha fatto il peccato, un uomo viene a guarirlo. Vicinanza. Dio non ci salva soltanto per un decreto, una legge; ci salva con tenerezza, ci salva con carezze, ci salva con la sua vita, per noi”. La presidente della Federa­zione nazionale Ipasvi, Annalisa Silvestro, ha commentato: “Una bella immagine di vici­nanza e capacità di guarire”. E proprio con la dottoressa Silvestro, peraltro Senatrice della Repubblica, abbiamo approfondito le caratte­ristiche di questa professione sanitaria.

Qual è il ruolo dell’infermiere nei percorsi di cura oggi?

L’infermiere affianca il paziente - e la sua famiglia - non solo nella somministrazione corretta e senza errori, a volte fatali, della terapia, ma anche per ri­levare e dare una risposta altamente professionale a tutti i bisogni collegati al suo stato di malattia. Un ruolo fondamentale nelle condizioni cliniche più gravi e nelle cronicità, in continua espansione, che richiedono supporto continuo e competente perché si possa affrontare l’esigenza di assistenza - pecu­liare della professione infermieristica - nel rispetto della qualità della vita. L’infermiere sviluppa la sua professionalità nella relazione con la persona che assiste, si prende cura del suo assistito, consideran­do le sue relazioni sociali e l’ambiente in cui vive, soprattutto nei momenti più difficili, quando è “più fragile” e perciò ancora più bisognoso di aiuto.

Come avviene la formazione?

A livello universitario. C’è un corso di laurea trien­nale in infermieristica a numero chiuso e al quale si accede attraverso una selezione nazionale. Il titolo è subito abilitante. È possibile anche frequentare un biennio successivo per conseguire la laurea magi­strale che consente di avere titolo all’insegnamento universitario, nella ricerca e nella direzione dei Servizi infermieristici. C’è ancora la possibilità di frequentare master - sempre in ambito universitario - su aspetti specifici dell’assistenza, che richiedono competenze, conoscenze e abilità specifiche.

Quali sono i punti di forza e i punti di debolezza nella cura e assistenza nel nostro Paese?

Il punto di forza è la professionalità e la competen­za degli operatori. Anche per questo gli infermieri italiani sono i più richiesti all’estero, tanto che strutture di fama internazionale promuovono bandi di assunzione e offrono aree di ricerca ai nostri pro­fessionisti. Cosa che l’Italia non fa tra blocchi delle assunzioni e del turn over che mettono all’angolo i più giovani. Il punto di forza è anche la nostra assistenza: il Servizio sanitario nazionale è invidia­to dalla maggior parte dei Paesi e ha risultati che altrove, dove si spende ben di più, non si è in grado di ottenere.La debolezza sta nell’equazione difficoltà economiche=taglio di risorse (e di personale, vero “bancomat” dei bilanci sanitari) che porta non solo alla riduzione della qualità dei servizi e all’indeboli­mento dell’offerta, ma anche ad avere professionisti di altissimo livello stanchi per i turni massacranti e demotivati perché nel loro futuro non ci sono percorsi di crescita “illuminati” dalla luce pur abbagliante della loro professionalità. Troppi tagli, poche risorse e nessuna considerazione per chi la­vora nella cura e l’assistenza: è il tarlo che a poco a poco rischia di corrodere quel servizio sanitario che è un fiore all’occhiello del nostro Paese.

Cosa avviene negli altri Paesi?

Ecco soltanto alcuni dati per capire la differenza di come è considerata la tutela della salute al di là dei confini nazionali. Secondo l’Ocse, Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, la quota di prodotto interno lordo italiano per spese sanitarie (in drastico calo: -3% nel solo 2013) era del 9.2% nel 2012. Si tratta di una percentuale molto vicina alla media dei Paesi Ocse (9.3%), ma molto più bassa a esempio degli Stati Uniti (17.7% del Pil per la sanità nel 2012) e di altre nazioni come Paesi Bassi (11.8), Francia (11.6), Svizzera (11.4) e Germania (11.3). Si tenga presente che per tutti i Paesi la crisi morde l’economia e l’obbligo di risparmio è un denominatore comune. Ma non sulla salute a quanto pare. E tra quelle nominate ci sono molte nazioni che, appunto, chiedono i nostri professionisti per migliorare, senza tagli, l’assisten­za ai loro cittadini.


 
di Claudio Ciavatta

 

Questo sito utilizza cookie, anche di terze parti, a scopi pubblicitari e per migliorare servizi ed esperienza dei lettori. Se decidi di continuare la navigazione consideriamo che accetti il loro uso Accetto