“Dai disabili del Congo un grido senza sosta”

Dal 1996 i Trinitari sono presenti a Brazza­ville, nella Repubblica del Congo, in una cornice sociale di grande povertà della popolazione. Oltre all’impegno nella for­mazione delle vocazioni in Africa, i Trinitari si occupano della parrocchia, dell’assistenza ai carcerati e della direzione della scuola delle Suore Trinitarie di Valence. Le attività sono numerose: offrire alle donne spazi per piantare alberi da frutto e verdura per i loro bambini o sostenere economicamente fami­glie bisognose. Importante, nella Comunità, è la pastorale per le persone con disabilità. La cura e la riabilitazione in contesti come quello di Brazzaville sono molto particolari, e assai diverse da quelle che siamo abituati a vedere non nostro Paese. Ne abbiamo parlato con Pa­dre Albano Ebe Zogo, responsabile dell’Opera sociale Trinitaria presente in Congo.

Padre, la cura e la riabilitazione in un Paese come l’Africa sono concetti assai diversi da come siamo abituati a pensarli noi. Quali sono i bisogni dell’Opera?

In un Paese così povero i bisogni sono tanti e complessi. In generale, il nostro obiettivo è quello di contribuire ad assicurare alle persone disabili la possibilità di sfruttare al massimo le proprie ca­pacità fisiche e intellettive, cercando di farle vivere attivamente all’interno della stessa comunità. Ciò è possibile farlo in tanti modi. Però il mondo delle persone con disabilità è molto complesso. Le donne che frequentano la fondazione hanno tre, quattro, cinque bambini da nutrire. Spesso i padri di questi bambini fuggono dalle loro responsabilità. E noi cerchiamo di fare del nostro meglio. Fa male vedere una donna intelligente, capace di fare del bene, che non ha la carrozzina e quindi non riesce a muover­si autonomamente, o che non è capace di affrontare le proprie sofferenze per l’assenza di mezzi concreti di aiuto. Il Centro è molto lontano delle loro case e, spesso, si scoraggiano anche nel raggiungerci facendo fallire le nostre imprese. Quando i loro bambini sono ammalati, o loro stessi, siamo noi che dobbiamo fare di tutto per pagare medicine o par­tecipare alle spese per il ricovero, anche se i soldi a disposizione non bastano mai. Pero non ci scorag­giamo. Le persone che partecipano hanno tante idee e noi facciamo del nostro meglio. La Provincia trinitaria, inoltre, non si stanca mai di dare il suo contribuito a questa realtà sempre aperta all’inno­vazione, con gesti concreti.

Quali attività promuovete nell’Opera?

Gli studenti, ad esempio, aiutano le Suore di Cracovia in missione in Congo a pulire le stanze dei lebbrosi; talvolta, purtroppo, anche senza le protezioni per mancanza di mezzi. Par­lano con loro, discutano sul loro futuro e giocano con i loro bambini: hanno tutti seriamente bisogno di parlare con qualcuno. Durante le feste di Natale, Pasqua o in occasioni come la Giornata mondiale della lebbra, i Padri celebrano lì la Santa messa. La Provincia trinitaria italiana ha aperto la fondazione “Mons. Di Donna” con lo scopo di creare un luogo di accoglienza delle persone di questa comunità. Una missione di vicinanza per offrire opportunità di autogestione. Per superare un’idea di assistenza passiva e promuovere un processo di responsabiliz­zazione orientato a rendere le persone laboriose e capaci, alla fine, anche di offrire. Fondata nel 1996, la fondazione conta oggi una ventina di membri, a maggioranza donne. Le attività si svolgono in un ambiente di circa 70 metri quadri. Dentro, le donne con disabilità praticano il cucito o la pasticceria tradizionale; gli uomini, anch’essi partecipano alle attività. Una persona vive con noi da alcuni anni e, per alcuni, ci occupiamo dell’alimentazione quotidiana. Nonostante abbiamo inoltrato tante domande di aiuto, a diversi organismi, riceviamo poche risorse. Stiamo lavorando ad un progetto per realizzare una piccola impresa di tipografia. Occorrono attrezzature e risorse per fare la forma­zione alle persone con disabilità. Lo scopo è quello di rendere la loro vita più libera e responsabile. Sul piano culturale la discriminazione è ancora molto forte e non esistono politiche sociali in grado di dare delle risposte.

Qual è il messaggio che vuole dare a chi leggerà questa intervista?

Il motto delle persone con disabilità è “Mai senza di noi”, cioè non dobbiamo progettare nulla senza di loro perché devono essere attori attivi della loro salvezza. Oggi non basta più offrire teorie e progetti inadeguati, ma è necessario chiedere alle persone, e non alle cose, ciò di cui necessitano. Come Gesù, che non offriva quello che aveva pensato (nel pro­prio ufficio, nei tavoli politici…), ma chiedeva: Cosa desiderate per voi? Quali sono ii vostri bisogni reali? Di cosa hai bisogno per essere autonomo? Padre Nicola Rocca, Padre Gino Buccarello, Padre Costanzo (portatore dell’aiuto dei cristiani di Som­ma), durante le loro visite hanno sempre lasciato qui qualcosa per incrementare le attività. Anche i nostri studenti in formazione si impegnano molto in questa pastorale, che speriamo possa essere gran­de e fruttuosa. Molte altre persone con disabilità vogliono unirsi a questo gruppo. Purtroppo non abbiamo ancora attività capaci di occupare con effi­cacia le persone. Prima, il modo di gestire gli aiuti era di dare risorse senza chiedere conto del loro utilizzo, ma adesso, le stesse persone con disabilità hanno imparato che questa epoca è passata.

 
di Claudio Ciavatta

 

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