Accessibilità e progettazione inclusiva

Quante sono nel nostro Paese le bellezze paesaggistiche “precluse” alle persone con disabilità? Godere pienamente del patrimonio culturale, architettonico delle nostre città per molti diventa un’avventura. La ricerca di hotel, locali e ristoranti capaci di offrire a tutti, senza discriminazioni, servizi è spesso un percorso a ostacoli senza eccezioni da nord a sud. L’accessibilità è la condizione indispensabile per consentire la fruizione del patrimonio turistico italiano a tutti i cittadini, indipendentemente dalle condizioni personali, sociali, economiche e di qualsiasi altra natu­ra che possano limitarne la fruizione. Saper rispondere ai bisogni di bambini, anziani, mamme che spingono i passeggini, persone con disabilità che si muovono lentamente, che non vedono, o non sentono, che hanno allergie o difficoltà di tipo alimentare. Approfondiamo l’argomento con la dott. Simona Petaccia, Pre­sidente della onlus Diritti Diretti, associazione impegnata nel promuovere la cultura dell’ac­cessibilità e della progettazione inclusiva.

Cosa significa accessibilità in ambito turistico-culturale?

Significa “qualità” perché migliora un territorio e la sua offerta turistico-culturale (pubblica e pri­vata), con notevoli progressi sulla vivibilità delle persone che lo visitano/abitano oltre che con impor­tanti profitti per il mondo delle imprese. Per essere considerati accessibili, i territori devono offrire spazi sociali che siano funzionali e sicuri per tutti, oltre che esteticamente gradevoli. Per raggiungere simili risultati, però, bisogna uscire dall’erroneo immaginario comune che abbina il turismo acces­sibile a quello delle persone con disabilità (bagni riservati, montascale, scivoli ecc.) e affidare la valorizzazione delle strutture ricettive a professio­nisti della progettazione inclusiva in vari ambiti: turismo, patrimonio culturale e naturale, cibo, mobilità, sostenibilità, comunicazione, integrazione culturale ecc. Secondo le ricerche di settore, infatti, tutti i turisti chiedono autonomia, sicurezza e comfort quando visitano o vivono un luogo. Non si deve quindi pensare all’accessibilità come a un dovere verso le persone con disabilità, ma piuttosto come un piacere per tutti perché ognuno di noi, prima o poi, ha bisogni speciali nel corso della vita. Ad esempio, penso a famiglie con bimbi piccoli, donne in stato di gravidanza, persone anziane e a chi, per i più svariati motivi, ha problemi di deam­bulazione o esigenze dietetiche/problemi di allergie ecc. Per questo, concordo con il Coordinatore del nostro Comitato Tecnico-Scientifico nell’evento internazionale ‘Zero Barriere - L’Accessibilità Conviene’, Dino Angelaccio, sul fatto che l’accessi­bilità non si può e non si deve affidare soltanto ad alcune figure professionali (ingegneri, architetti, geometri ecc.). Siamo convinti che si debba parlare di “filiera dell’accessibilità” in modo da “sviluppare territori che - come sostiene Angelaccio - permetta­no a tutti di: arrivare; dormire; mangiare; scoprire; divertirsi; fare shopping; avere sostegno”. Poi, una recente ricerca dell’Università di Surrey commis­sionata dall’Unione Europea ha evidenziato come ogni anno il turismo in Europa perde 142 miliardi di euro non riuscendo ad occuparsi concretamente di accessibilità in ambito turistico-culturale. Per­tanto, il turismo per tutti è anche un volano per lo sviluppo socio-economico del Paese.

Qual è lo stato dell’arte nel nostro Paese?

Come in tutti i settori in via di sviluppo, anche per l’accessibilità il rischio è l’omologazione. Mi riferisco a strutture ricettive che sembrano create con lo stampino (maniglioni, pedane ecc) e che danno ai turisti la sensazione di non essersi mai spostati dalla propria città. Per questo, eviterei i cosiddetti “bollini di qualità” laddove propongono soluzioni sempre uguali. I veri esperti di progetta­zione sanno, infatti, creare variabilità nella coeren­za con il loro obiettivo. Per soddisfare il diritto alla bellezza richiesto dai turisti con esigenze speciali, i professionisti devono restare connessi alla realtà in cui operano e ogni elemento inserito nella proget­tazione deve quindi ispirarsi alla valorizzazione dei materiali oltre che del contesto storico, culturale ed architettonico del territorio sul quale si interviene. Per questo, ritengo molto importante la formazione di “professionisti dell’accessibilità” per rispondere al meglio a nuove esigenze/opportunità del merca­to e proporre un’offerta turistico-culturale di alta qualità e modernità.

Cosa rappresenta il “Manifesto di Matera” sull’accessibilità universale?

Un punto di partenza e non di arrivo. È un docu­mento che sintetizza quanto emerso dalle riflessioni effettuate dagli esperti di Accessibilità Universale che hanno attivamente partecipato all’evento inter­nazionale ‘Zero barriere - L’Accessibilità Convie­ne’ organizzato a Matera da Officina Rambaldi. Si tratta di un breve testo che mira a far inserire l’accessibilità universale all’interno delle strategie politico-territoriali di ogni territorio, come paradig­ma di un nuovo modello di sviluppo.

L’adesione al “Manifesto di Matera” è gratuita ed aperta a Enti, aziende associazioni, professionisti ecc. Essa presuppone la condivisione dei principi enunciati nel documento e la volontà di passare dalla teoria alla pratica.

 
di Claudio Ciavatta

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