La parrocchia: accoglienza nella responsabilità

Ognuno di noi vive nella comunità cri­stiana come soggetto originale, unico e irripetibile. Se portatore di un disagio, sia esso motorio, psichico, intellettivo o sen­soriale, l’accoglienza che riceve è ancora più significativa. La persona con disabilità non è un malato, ma una persona che porta le conse­guenze di una menomazione. Può avere delle difficoltà che in certi casi richiedono da parte nostra uno sforzo speciale per adattarci alla loro condizione ed evitare discriminazioni. Non è un emarginato, anche se spesso rischia di diventarlo. Qual è l’attenzione, dunque, che è necessario avere nella vita di tutti i giorni, in una parrocchia, affinché si concretizzi un’au­tentica accoglienza? Condizione essenziale per consentire a ciascuno di esprimersi e vivere al meglio il proprio progetto di vita. Per raccon­tare una testimonianza diretta, ne abbiamo parlato con il parroco della Parrocchia dell’Im­macolata di Venosa, Padre Njara Pascal.

Qual è l’attenzione che è necessario avere affin­ché si concretizzi un’autentica accoglienza?

Ci è familiare ormai il richiamo di Papa Francesco ad una Chiesa accogliente, una chiesa povera per i poveri. Difatti, “dalla nostra fede in Cristo fattosi povero e sempre vicino ai poveri e agli esclusi, deriva la preoccupazione per lo sviluppo integrale dei più abbandonati della società”.

Sono belle parole che vanno tradotte in fatti concreti. La domanda è come?

Per l’accoglienza delle fragilità di ogni tipo, ci vuole un cambiamento di mentalità, una vera con­versione personale e comunitaria: bisogna lasciarsi affascinare dal Vangelo. Nella nostra Parrocchia, da un paio di anni, stiamo tentando di rinnovare la catechesi per rispondere alla sua vera finalità: “sviluppare, con l’aiuto di Dio, una fede ancora germinale, promuovere in pienezza e nutrire quotidianamente la vita cristia­na dei fedeli di tutte le età”, diventare una vera scuola di vita, offerta a tutti, non solo ai bambini ma all’intera famiglia, perché la fede, inizialmente trasmessaci dalla tradizione, diventi una fede pro­fonda, personale, che si sforza di conoscere Gesù, il suo Mistero, la sua Parola e la sua Chiesa. Soltanto in questa condizione si può pensare di tradurre in atteggiamento di vita reale l’“opzione preferenziale per i poveri”, che per la Chiesa è una categoria teologica prima che culturale, sociale o ideologica e, senza la quale, ci sarebbe solo senti­mentalismo e sopportazione, ma non accoglienza autentica. Da premettere che, nella nostra parroc­chia, o meglio a Venosa, la testimonianza dell’a­more di Dio verso i nostri ragazzi, nei 45 anni di presenza dei Trinitari nel territorio, ha dato frutto per quanto riguarda la loro integrazione nella città. Ci si incontra con loro per strada, nel bar e anche in chiesa; inoltre, tra i nostri ragazzi, ci sono mini­stranti che servono anche nelle altre Chiese. Numerose sono, inoltre, le occasioni di relazio­ne e partecipazione diretta: abbiamo inserito nel percorso dei ragazzi e delle famiglie visite e servizio presso le Case di cura e i Centri di riabilitazione come il nostro (Casa di riposo, Filo d’Arianna). Offriamo anche spazio e massima collaborazione all’Associazione Italiana Persone Down.

Qual è il messaggio che ci vuole lasciare?

L’accoglienza non deve ridursi a incontri occasio­nali. Usando le parole di San Tommaso, il cristiano che accoglie deve arrivare a far sì che “i poveri”, le persone che portano le conseguenze di una meno­mazione siano “considerate di grande valore”, ciò significa che chi accoglie si sente arricchito, senza cadere nella trappola del protagonismo che può sfo­ciare nell’utilizzo dei poveri per interessi onorifici e lucrativi. Attenzione e accoglienza verso le persone con disabilità sono nobiltà d’animo, ma chi crede in Cristo deve acquistare maggiore interesse. Affinché ci sia un’accoglienza autentica, bisogna superare un rapporto di subordinazione o di dipendenza per ritrovare la fratellanza. Come diceva santa Rosa da Lima: “…non dobbiamo lasciar mancare l’aiuto al nostro prossimo, perché nei nostri fratelli serviamo Gesù.”

 di Claudio Ciavatta

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