Il medico e le sfide della società globalizzata

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Aspettativa di vita, prevista in aumento sia nei paesi sviluppati che in quelli in via di sviluppo, globalizzazione, sostenibi­lità, personalizzazione della cura. Sono solo alcuni dei temi che, parlando di salute, stimolano riflessioni e necessitano di risposte concrete.

‘Ripensare la professione per innovare’ è stato lo slogan con cui Roberta Chersevani si è impegnata per rispondere alle sfide a cui il medico oggi deve far fronte. Alla neoeletta presidente della Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odon­toiatri (Fnomceo) abbiamo chiesto proprio di delinearci come il medico oggi svolge il proprio ruolo. Roberta Chersevani è medico, specialista in Radiologia Diagnostica ed è stata Presidente dell’Ordine dei Medici di Gori­zia, dal 2006, Coordinatore dell’Osservatorio per la professione medica al femminile della Fnomceo dal 2007 al 2012 e Coordinatore della Consulta Deontologica Nazionale dal 2012 al 2014.

In generale, come si è evoluto il ruolo del medi­co oggi?

La trasformazione è stata graduale. Da un primo rapporto di tipo paternalistico si è passati ad una condizione più paritaria, dove accanto ai fondan­ti principi di giustizia e di beneficialità, esiste il principio di autodeterminazione del paziente, che informato adeguatamente esprime il suo consenso. Il tutto associato all’autonomia e responsabilità del medico.

Qual è il ruolo del medico di famiglia?

Parto dalla mia realtà della provincia di Gorizia, ma credo che si possa rapportare anche ad altre sedi. Se i pazienti si trovano aggregati come sede abitativa, per esempio piccolo Comune, c’è sicu­ramente una maggior conoscenza tra medico e assistito, e non solo per quanto concerne lo stato di salute. In realtà più grandi, vi è maggior disper­sione. Ovviamente dipende anche dai bisogni del paziente; talora mi capita di incontrare soggetti sani che neanche ricordano il nome del proprio me­dico di medicina generale. Ben per loro. Il medico di famiglia costituisce una rete molto importante in sanità: ha un importante ruolo anche su temi di prevenzione, oltre che di diagnosi; è figura essen­ziale nei pazienti cronici, con polipatologie. Ha un ruolo difficile, soprattutto attualmente, in momenti in cui l’appropriatezza si correla con la sostenibilità del Sistema Sanitario Nazionale.

Nel processo di aziendalizzazione dei sistemi sanitari si parla sempre più di “cliente”, qual è la sua opinione in merito?

Non mi piace perché cliente è inteso come colui che compra un bene o un servizio, e non lo adopero nemmeno in ambito libero-professionale. I termini cui ricorro più spesso sono quelli che meglio iden­tificano lo stato della persona che a noi si rivolge: malato, paziente, individuo, minore, cittadino, per­sona assistita. Il termine che preferisco è persona, non con accezioni filosofiche, ma come chi bussa alla porta ed entra con tutti i suoi problemi e la sua realtà, non solo di salute o malattia.

Come considera i servizi sanitari nel nostro paese?

Mediamente vengono definiti di buon livello; la realtà è molto variegata, a macchia di leopardo. L’assistenza di base è buona. Le liste di attesa per prestazioni diagnostiche sono talora eccessivamente lunghe. Nel tempo si sono venuti a creare centri di riferimento, molto specializzati, cui i pazienti ven­gono indirizzati. Purtroppo non solo l’assistenza di base ma anche le eccellenze rischiano con i tagli in sanità e di questo non possono essere incolpati gli operatori. Il risanamento delle finanze è diventato priorità assoluta, nonostante i bisogni in fatto di salute evolvano rapidamente.

Quale lo stato della ricerca italiana?

È un argomento di cui non mi sono ancora occu­pata. La ricerca scientifica è fondamentale per il progresso scientifico e tecnologico del paese, per la conseguente ricaduta sulla salute dei cittadini, e per lo sviluppo dell’industria farmaceutica e biomedica­le. La salute ed i servizi ad essa collegati sono uno degli assi prioritari di investimento per superare la crisi e favorire il rilancio delle risorse.

Leggo notizie ottimiste, che ci allineano ai paesi dell’Ocse e agli Stati Uniti; leggo notizie meno confortanti, che ci posizionano molto al di sotto della media. Di certo, se ascolto qualche giovane tra i miei iscritti che ha optato per un trasferimen­to all’estero, dove fare ricerca, colgo una maggior soddisfazione per quanto concerne l’organizza­zione, i servizi, la disponibilità della struttura che lo accoglie, la soluzione di problemi anche banali, che da noi possono diventare insostenibili. Credo comunque di non sbagliare se sostengo che si debba investire di più nella ricerca e nell’intelligenza e preparazione dei nostri giovani.

 di Claudio Ciavatta

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