Il medico e l’umanizzazione delle cure

Lo scorso aprile abbiamo approfondito con Padre Giulio Cipollone il concetto di uma­nizzazione dalla prospettiva del religioso. Avendo ospitato, successivamente, in occasione di un corso di formazione presso la Domus Trinitaria di Bernalda, il dott. Maurizio Benato, delegato della Federazione Naziona­le degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri (Fnomceo) presso la Commissione nazionale di bioetica, abbiamo ritenuto inte­ressante chiedergli di illustrarci la prospettiva del professionista laico, impegnato concreta­mente nella cura delle persone.

Dott. Benato, cosa significa umanizzazione per un medico oggi?

Se oggi ci troviamo a parlare di umanizzazione delle cure è perché la medicina si presenta sempre più come un’impresa che non risponde e non cor­risponde più come rispondeva e corrispondeva solo alcuni lustri fa al modello tradizionale della pro­fessione. La medicina, pur avendo in sé la capacità di determinare significativamente il proprio corso poggiando sul metodo scientifico, non sembra più cogliere per il paziente il risultato di quella sintesi felice di scienza, di pensiero esistenziale e di etica. Dobbiamo pertanto chiederci, quando usiamo que­sto termine, se ci riferiamo unicamente alla richie­sta di un supplemento di empatia e ad un’esortazio­ne che proviene da più parti di “moralizzazione” del comportamento del medico oppure proponiamo un intervento molto più profondo, un intervento desideroso di comporre all’interno della medicina e del rapporto medico - paziente le tensioni che esistono fra il paziente e la società. Constatiamo che certe risposte si limitano a dare una risposta solo alla prima domanda. Di fatto poco si dice in riferimento alla seconda istanza. È questa l’istanza, a mio avviso, il vero snodo cruciale per risolvere la divaricazione presente tra i fini del sistema sanita­rio e quelli della medicina. Società, salute e sanità dovrebbero evolvere in scenari adattativi in modo sincrono e correlato, dando la possibilità al medico di muoversi tra le singolarità, le contingenze, le necessità di verificare costantemente le certezze cliniche e le modificazioni profonde dello stato ontologico di malato.

Sembra a volte che la medicina diventi impoten­te, sopraffatta dal tecnicismo e dalla standardiz­zazione economizzatrice delle risorse economi­che. Come si combatte la spersonalizzazione e la disumanizzazione che a volte sembra qualifi­care i contesti di cura?

La conoscenza scientifica, oggettiva per definizione, non sembra più sufficiente per conoscere l’attualità del soggetto malato, per cui la comprensione delle implicazioni biologiche non può essere disgiunta dalle relazioni, dalle contingenze e dai contesti, ovvero dal malato nel suo contesto storico sociale. Fino a qualche lustro fa il “bene” superiore del pa­ziente era deciso dal medico, l’unico che aveva titolo per agire da esterno alla sua persona, un medico in versione autoritaria e paternalista. Oggi le scelte operate dal medico devono misurarsi con motiva­zioni che in parte risiedono al di fuori della medici­na e del paziente, basti pensare ai costi, quindi alle risorse. L’umanizzazione delle cure presuppone che non ci si debba limitare ad affrontare la dimensione ‘oggettiva’ delle prestazioni sanitarie ma che il giu­dizio di qualità di una prestazione, oltre a basarsi sulle caratteristiche scientifiche e tecnologiche per loro natura più facilmente misurabili, includa ne­cessariamente elementi “soggettivi”, a cominciare dalle percezioni positive sperimentate dal paziente che accede ai Servizi Sanitari: in altre parole, il suo grado di soddisfazione.

A che punto è la ricerca nel nostro paese sul tema dell’umanizzazione?

Il tema oltre che ad essere dibattuto è oggetto di proposte concrete e progetti in fase di attuazione presso diverse aziende sanitarie del nostro pae­se. La Fnomceo ha più volte richiamato i medici italiani all’impegno a ricostruire il malato e il suo contesto ma anche a rinnovarsi nel comportamento professionale attraverso le tante sfaccettature che rappresentano il punto di caduta del tema della umanizzazione delle cure. Se vogliamo mettere a punto un sistema di assistenza sanitaria che abbia successo e possa durare nel tempo si dovrebbe evi­tare di delegare alla tecnocrazia sanitaria il compito di amministrare la medicina, e attraverso essa la domanda, facendo del medico solo un accessorio procedimentale.

 di Claudio Ciavatta

L'ULTIMO NUMERO

RUBRICHE
SERVIZI

Questo sito utilizza cookie, anche di terze parti, a scopi pubblicitari e per migliorare servizi ed esperienza dei lettori. Se decidi di continuare la navigazione consideriamo che accetti il loro uso Accetto