La cura sul territorio

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Sono stati pubblicati due importanti documenti: il 47° Rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese/2013 e il 12° Rapporto sulle politiche della cronicità di Cittadinanzattiva. Secondo il Censis è l’empowerment degli operatori che fa la buona sanità: a fronte di livelli decisionali fortemente concentrati sulle questioni di compatibilità economica, sono gli operatori a garantire con il loro impegno quotidiano l’operatività dei servizi. “Permesso di cura“ è il titolo invece del 12° Rapporto di Cittadinanzattiva da cui emerge che avere una o più patologie croniche o rare, o accudire una persona malata, è diventato oggi un lusso che non ci si può più permettere, perché i costi diretti ed indiretti della malattia risultano insostenibili per un numero crescente di pazienti e di famiglie. Cosa significa questo per il territorio? Ne abbiamo parlato con il Direttore del Distretto di II° livello e coordinamento delle attività territoriali della Azienda Sanitaria locale di Matera.

Dott. Cilla, con quali criticità deve confrontarsi oggi sul territorio un’Azienda Sanitaria per offrire i servizi richiesti dai cittadini?
L’Azienda Sanitaria di Matera, che è una delle due Aziende Sanitarie della Basilicata, ha una popolazione di 203.520 abitanti, con il 25% di anziani sopra i 65 anni, distribuita in 31 Comuni di cui la quasi totalità al di sotto dei 5.000 abitanti, su una superficie di circa 3.500 Kmq. Secondo i dati del Ministero della Salute, è fra le regioni virtuose.
 
Ma tutto funziona cosi bene?
In una visione macro, la risposta è sicuramente sì, vista l’organizzazione degli Screening per la prevenzione del Cancro del colon retto, del Tumore della mammella e della cervice uterina. Inoltre la campagna vaccinale per i bambini ha una copertura vicina al 100%, e l’attuazione della vaccinazione antinfluenzale per gli anziani, gestita dai medici di medicina generale, supera il 60% degli over 65. E su tutto, lo sguardo rassicurativo e puntuale del Servizio Regionale dell’Urgenza Emergenza che copre tutta la regione. Ma se usiamo la lente di ingrandimento, e se questa è gestita da un operatore del territorio che deve fare i conti con la ristrettezza economica, le cose cambiano parzialmente. Tutti i nostri servizi reggono solo se non intervengono fattori legati a pensionamenti o malattie, in quanto per il blocco delle assunzioni non si rende possibile il ricambio. Altra criticità rilevante, come in tutto il territorio nazionale, è l’assillo delle liste di attesa, che obbliga il più delle volte a dover ricorrere al privato a pagamento.
 
La vostra azienda ha una capillare Assistenza domiciliare…
Assolutamente sì, e non poteva essere diversamente, vista la conformazione del vasto territorio montano. Nonostante la buona volontà e l’impegno di tutti, non ha però un numero appropriato di residenze che possa soddisfare il bisogno sempre più emergente sia delle disabilità che delle demenze, dovuto proprio l’alta incidenza della popolazione anziana. Molto probabilmente si sconta una cultura antica quale la sopportazione della disabilità e del concetto che tanto la famiglia se ne farà carico. Purtroppo non è più così. La quasi totalità dei figli sono fuori per studio o lavoro, e gli anziani vivono prevalentemente con una pensione sociale. Inoltre nell’anno 2009 facendo una indagine sui pazienti in Adi, rilevammo che il 40% di questi erano assistiti da “badanti” rumene, oggi gli anziani assistiti da persone non italiane sono l’ 80%, tanto da far diventare preminente negli obiettivi, l’educazione sanitaria di queste, prima della dimissione dai reparti ospedalieri. I pazienti con condizioni croniche hanno bisogno di trattamenti efficaci, continuità di assistenza, informazione e sostegno per raggiungere possibilmente l’autogestione, follow-up sistematici più o meno ravvicinati a seconda della gravità clinica. Per rispondere a questi bisogni sono necessari profondi cambiamenti nelle azioni degli operatori e, in particolar modo, dei medici della medicina generale. Secondo i principi della Ebm rilevati in letteratura si rendono necessari: promozione del lavoro di squadra, miglioramenti dei sistemi informativi, adozione di linee guida, di piani diagnostici terapeutici assistenziali idonei per le patologie croniche e, non per ultima, la valorizzazione dell’empowerment del paziente e del care giver. Il modello prevede che tutte le figure professionali sanitarie e sociali interagiscano nell’erogazione delle prestazioni assistenziali appropriate, per tipologie, tempi e luoghi, per la soddisfazione dei bisogni specifici di salute, in base a percorsi assistenziali predefiniti. Tutto questo puo’ essere possibile solo con personale preparato e motivato.
 
di Claudio Ciavatta

 

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