Curare i malati di Ebola con la paura addosso e chiusi in uno scafandro

 Una tuta bianca, gialla e verde con un grembiule davanti, occhiali, ma­scherina e cappuccio. Una sorta di scafandro dentro il quale è difficile respirare e si soffoca dal caldo. Senza è impossibile curare i malati di Ebola. Per renderlo meno disumano agli occhi dei pazienti, molti dei quali costretti ad una morte straziante soli e lontani dai familiari, medici e infermieri scrivono a penna sul grembiule il proprio nome. Nella tragicità della situazione, chi rie­sce a guarire e sta lì in convalescenza, ascolta la radio, balla. C’è molta soli­darietà. Emblematica la storia di una mamma morta lasciando un bambino di tre mesi. È stato preso in cura da una paziente ed entrambi sono usciti sani e salvi. Nei villaggi invece si distribu­iscono kit preventivi per fare l’acqua clorinata (per arginare il virus è suffi­ciente lavarsi le mani) e vengono prese cautele durante i funerali. L’emergenza è drammatica, le risorse sono poche e le forze degli operatori sono allo stremo. Ne abbiamo parlato con i, che è stata cinque settimane nell’epicentro dell’e­pidemia, al confine con Sierra Leone e Guinea.

Cosa ha trovato appena arrivata?
Una situazione catastrofica. Malgrado abbia lavorato tanti anni con Msf ed abbia visto molte emergenze era indescrivibile. La malattia è terribile, con una mortalità fino al 90% all’inizio dell’epidemia. I pazienti entrano nel centro e nella maggioranza dei casi escono in una bara. Anche se lavoriamo in condizioni molto difficili, con tute inu­mane, cerchiamo sempre di instaurare con i pazienti un rapporto umano. Parliamo con loro, offriamo supporto emotivo e psicologi­co, li aiutiamo a mangiare.

La popolazione come sta reagendo?
La popolazione è estremamente spaven­tata, la paura è palpabile. Ci sono villaggi che hanno perso metà della loro popola­zione a causa dell’ebola, e persone che non conoscevano nemmeno la malattia. Questo è stato uno dei motivi principali per cui si sta diffondendo in maniera così rapida e capillare. Abbiamo trovato un centro di isolamento con 10 posti letto che nel giro di qualche giorno ha accolto 140 pazienti. Ad un certo punto siamo stati costretti a ri­fiutare pazienti perché non eravamo più in grado di accoglierli. C’è uno staff di medici, infermieri e logisti del posto estremamentemotivati a lavorare con noi, nonostante tutti abbiano avuto dei lutti all’interno della pro­pria famiglia o comunità. Con le cure, anche se non specifiche, in alcuni nostri centri la metà dei pazienti escono guariti.

Come si lavora con la paura del con­tagio e l’urgenza di salvare vite umane?
È un lavoro estremamente difficile per la pressione psicologica di dover fare del pro­prio meglio, mantenendo la propria sicurez­za e quella dei colleghi. La paura è importan­te perché ci permette di mantenere sempre alta l’allerta e ridurre al minimo il rischio. Bisogna seguire i protocolli in maniera accu­rata. La fatica fisica è molto presente.

Sentite il sostegno della comunità in­ternazionale?
Sinceramente siamo molto soli in questa lotta. È importante parlarne e che ci sia la consapevolezza degli enormi bisogni. Però è arrivato anche il momento di agire su diver­si livelli: aumentare il numero di posti letto nei reparti di isolamento; aumentare la pre­senza nelle comunità per fare educazione e permettere alla popolazione di proteggersi; aumentare il tracciamento di tutte le perso­ne a contatto con pazienti positivi. Bisogna arrivare in tutte le comunità e farlo subito. Ogni giorno in più sono persone in più che si infettano e muoiono.

Gli Usa hanno annunciato l’invio di tremila militari per combattere l’Ebola…
Quando parliamo di militari sono cor­pi medici. C’è bisogno di personale medico competente che possa agire in prima linea per una patologia di non facile gestione. Che siano attori istituzionali, non istituzionali, protezione civile o unità mediche, sono tutti benvenuti. È necessaria un’azione di massa altrimenti sarà sempre peggio.

di Patrizia Caiffa

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