Matera Capitale della cultura Fede, valori e tradizione di una terra

 Matera, dunque, è Capitale europea della Cultura 2019. Un premio? Oppure un impegno? Forse en­trambi.

Un fatto appare certo: a favorire la scelta di Matera devono avere contri­buito diverse circostanze. Innanzitutto la voglia di riscatto di un intero popolo, fino a ieri ignorato, appena sei decenni or sono additato al mondo da Palmiro Togliatti come una vergogna nazionale da cancellare, ancora escluso dai colle­gamenti ferroviari nazionali.

Una storia di coraggio

C’è storia, molta storia alle origini di questo ambito riconoscimento, sto­ria di segno negativo come i moti del 1799 quando Matera si rese colpevole di sanfedismo, e storia esaltante, con le sue battaglie meridionalistiche, con le sue lotte per la rinascita e per il dirit­to alla terra, coi suoi cortei, e con i suoi Sassi, irripetibile scenario che anche l’Unesco ha riconosciuto come patri­monio dell’umanità.

E poi i grandi nomi che qui vennero e qui continuano ad approdare per fare cultura, da Giovanni Pascoli che vi ten­ne lezioni nel locale liceo a Carlo Levi, primo ad aver acceso luci di identità sui gironi infernali degli storici rioni del Barisano e del Caveoso; da Federico G. Friedmann, il quale aprì a Matera la strada al dibattito per l’emancipazione, ad Adriano Olivetti, il benemerito pio­niero che scese dal Nord. A Pier Paolo Pasolini, il grande Pasolini, per il qua­le Matera divenne la nuova Terrasanta, portando col Vangelo dinanzi agli occhi stupefatti del mondo lo sconvolgente scenario delle grotte e delle sue millena­rie sofferenze, delle sue rughe di fatiche e di stracci.

E poi Francesco Rosi e Tornatore, Luigi Zampa e Mel Gibson e tanti, tanti altri. È lunga la via della storia che ha portato Matera a questo traguardo. E quando la commissione vi è approdata per venire a guardare da vicino i suoi valori e i suoi limiti, la città si è vestita della sua storia millenaria e ha tirato fuori dai suoi tiretti l’abito della festa e i panni rattoppati, tutto mostrando e nulla nascondendo, presentandosi così com’è, vera e umile, fatta di pasta di pane e di santa pazienza. Certamente i tre commissari inviati speciali dalla giuria internazionale a conoscere le sei città candidate, non si saranno lasciati

influenzare dai discorsi di benvenuto, dai documenti, dalle visitazioni ufficiali, dalle vetrine e dalle luminarie propa­gandistiche: avranno piuttosto subìto - e chi diversamente può resistere? - il fa­scino della città misteriosa, che se ne sta nascosta e negletta al riparo dei grandi palazzi del piano, quasi timida e pudica.

Grande voglia di riscatto

L’intera città ha sollevato la schiena per gridare in silenzio millenario dinan­zi al mondo la sua voglia di riscatto, del dire basta alla storia negata e per cassare finalmente quella vergogna di cui cento classi dirigenti furono colpevoli. Non i materani che la subirono. I tre com­missari tutto questo e altro sono venuti a vedere, scoprire, capire nei due giorni di visita a Matera.

E poi un’altra circostanza avrà certa­mente giocato sulla decisione collegiale della giuria internazionale di affidare a Matera il privilegio di rappresentare nel 2019 la cultura europea: quella di esse­re una città del Sud, avendo per questo aspetto qualcosa in più di Lecce, altra città meridionale candidata e meritevole di riconoscimento. E qualcosa e più di qualcosa rispetto alle altre città italiane.

Matera non aveva la storia dei Comuni e delle Signorie o dei Principati, era la cit­tà che dalla storia esigeva il riscatto, che con la storia doveva riconciliarsi e che la storia doveva riconciliare a sé. Ecco per­chè ha vinto Matera, perchè deve ave­re tutto ciò che le fu negato per secoli e che le fu scippato dopo l’unità d’Italia. È l’occasione, forse irripetibile, certamen­te per sognare, ma soprattutto per fare. E bisogna pensare in grande: questo il grande compito che la città e i cittadini materani e lucani hanno dinanzi a sé.

Incarnare il Mezzogiorno

Intorno a questo disegno Matera deve ritrovare la sua identità: e anche la sua funzione, che deve guardare al di là delle mura domestiche e cittadine e svilupparsi a Nord verso la Daunia (completando la tratta ferroviaria Fer­randina-Matera), verso il Sud-Est barese e verso l’antica via Appia (con la bretella Matera-Gioia del Colle), a Ovest verso Potenza (adeguando la superstrada Ma­tera-Ferrandina), a Sud verso lo Jonio. Ma non solo infrastrutture viarie e fer­roviarie. Il progetto deve mirare a creare interesse e cultura intorno ai valori del territorio e a fare rete con tutte le regioni contermini, a cominciare dai riti e dai culti religiosi e della pietà popolare, dalla via dei castelli federiciani e medievali, dalle sagre e dalle fiere, dai musei e dagli scavi archeologici, dai centri storici irripetibili, dai costumi e tradizioni, dalla sua cucina e sapori, dai boschi e foreste.

Ma bisogna anche attrezzare la città di una solida veste identitaria scoprendo e valorizzando, con adeguate e nuove e organizzate strutture, i suoi valori mate­riali e morali, la sua cultura e la propria storia in maniera nuova, coinvolgente, democratica, chiamando a raccolta tutte le sue forze, gli anziani e i giovani, tutti gli strati della popolazione.

Nessuno deve sentirsi escluso. Bi­sogna mettere in circolo l’uomo con la sua anima, col suo pensiero, con le sue volontà. Il progetto di rigenerazione deve in modo particolare guardare ai bambini realizzando un grande parco per l’infanzia. Matera, insomma, deve incarnare il Mezzogiorno, tutte le genti meridionali con la loro voglia di riscatto e di rinascita.

di Domenico Notarangelo

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