Quanto costa ‘sopravvivere’ dietro le sbarre italiane?

Per ogni detenuto - sono 64.333 oggi in Italia - lo Stato spende ogni gior­no una media di 100-120 euro, di cui 4 euro per i tre pasti quotidiani e meno di 20 centesimi per le attività ri­educative. Sui 2800 milioni di euro as­segnati ogni anno dallo Stato al Dipar­timento amministrazione penitenziaria, l’85% sono spese fisse per mantenere 200 istituti e 45 mila dipendenti.

Il solo istituto penitenziario di Regina Coeli, a Roma, costa ogni anno 11 milioni di euro per interventi di manutenzione or­dinaria, senza contare le ristrutturazioni straordinarie, arrivate fino a 21 milioni di euro. Negli ultimi dieci anni sono stati spesi per Regina Coeli circa 110 milioni di euro. E non sono solo i costi econo­mici a pesare sul mondo del carcere. I costi “umani”, tra condizioni invivibili, malasanità, peggioramento della salute, atti di autolesionismo, violenze, suicidi, sono ancora più alti.

I costi umani del carcere

“Ci dovremo chiedere quanti e quali siano i costi umani del carcere, quando la pena prende non solo la libertà della persona, ma spesso anche la sua salute e talvolta la sua vita”, ha dichiarato di recente la presidente del Seac, il Coordi­namento di enti e associazioni di volon­tariato penitenziario, Luisa Prodi.

“Per essere un vero investimento e produrre utili - ha sottolineato -, la pena detentiva dovrebbe restituire alla socie­tà libera persone capaci di vivere nella collettività secondo le regole”, solo così “la pena produrrebbe sicurezza”. Altri­menti il carcere rischia di “produrre un aumento del potenziale criminogeno, con effetti sulla società libera, illusoria­mente convinta di stare al sicuro aven­do chiuso in cella i delinquenti”. Prodi ha ricordato, come esempio, il costante calo di opportunità lavorative all’inter­no del carcere e la bassa percentuale di detenuti studenti che concludono il ciclo di studi. Inoltre, mentre vengono spesi tanti soldi per la gestione complessiva, spesso i volontari devono fornire sussidi in denaro, vestiario e scarpe, prodotti per l’igiene personale e l’ambiente, per ovvia­re alle enormi carenze.

“Morire in carcere”

Il capo del Dipartimento ammi­nistrazione penitenziaria Giovanni Tamburino, parlando nel corso di un convegno sul tema con “ragionevole ot­timismo”, ha elencato molte cifre, preci­sando che anche se grazie ad amnistia e indulto uscissero dal carcere 20mila persone, “i costi non si ridurrebbero”. Tamburino ha illustrato il “piano edili­zia” che ha portato alla costruzione di 3 nuovi istituti e 2000 nuovi posti per ov­viare al problema del sovraffollamento (con l’obiettivo di arrivare a 50mila posti complessivi), facendo notare la diminu­zione di detenuti: nel 2010 erano 69mila, ora 64.333, una diminuzione settimana­le di 100 unità. “A questo ritmo potremo scendere sotto la soglia dei 60mila in po­chi mesi”, ha detto, “ma c’è ancora una differenza da sanare”.

Le proposte dei detenuti

Padre Vittorio Trani, il cappellano che segue 1.100 detenuti di Regina Coeli, ha infatti ribadito che “il costo più alto che si paga in carcere è la spoliazione della dignità e il marchio che rimane per tutta la vita”: “Dobbiamo rivedere i costi per spenderli in modo umano, perché alle persone venga restituita la dignità”.

Interessanti le proposte fatte da alcu­ni detenuti nello stesso convegno, una sorta di “spending review” per rivede­re i costi delle carceri italiane: anziché spendere 100 milioni di euro per un con­tratto di fornitura decennale di fornitura di braccialetti elettronici - “ma sembra siano stati autorizzati solo una decina di detenuti”, hanno detto - o far eseguire a ditte esterne la manutenzione, i detenuti hanno suggerito di affidare loro i lavori di manutenzione di ogni genere, rispar­miando e favorendo così il reinserimen­to sociale.

 

di Patrizia Caiffa

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