La grande forza DELLA PREGHIERA CHE LIBERA

Quando il sole inaridisce il campo, stringe d’assedio le zolle e sfian­ca la vitalità dei fiori e delle erbe, ogni germoglio si spinge a racco­gliere la rugiada del mattino per far­ne tesoro ed alimento. Quando tutto inaridisce, proprio allora, la cerva del Salmo 42 “anela ai corsi d’acqua”.

C’è nell’esistenza un continuo mo­vimento verso le sorgenti capaci di dare ristoro e vitalità. E tutto ciò che può fermare o inibire questa ricerca, diventa ostacolo, impedimento, mi­naccia di morte, torpore dell’animo, schiavitù della mente e del cuore.

Lungo i giorni e le ore della sto­ria l’uomo viene spesso raggiunto da tensioni che inaridiscono: l’asprezza della vita, la pressione del bisogno, le ansie legittime e quelle illegittime, il disordine dei valori, l’inedia della quotidianità, la cupidigia senza freni sembrano abbagliare i suoi occhi, ina­ridire la sua speranza, smorzare la sua capacità di guardare oltre l’orizzonte.

L’arsura del giorno stringe d’asse­dio come l’aridità dissecca le zolle del campo. E l’uomo diventa prigioniero. Prigioniero di se stesso, prigioniero del suo gruppo sociale, legato ai ceppi invisibili di una esistenza senza sen­so.

Talvolta cerca di sfuggire cercando false via di fuga, come accade a chi cerca di scappare da un labirinto di cui non conosce l’uscita. Si concede alla droga, al vizio, all’alcool, ai disordini alimentari, alle scelte violente, al sui­cidio.

Per trovare l’uscita dal labirinto occorre guardare altrove. Occorre an­dare al corso d’acqua. Le goccioline di rugiada sono soltanto degli indizi. Non ci si deve accontentare. occorre cercare le fonti zampillanti della vita che rigenera tutte le membra e conferi­sce nuovo slancio all’esistenza.

Se conduciamo una esistenza pri­va di senso, è evidente che siamo atta­nagliati dall’arsura. Se viviamo come in un film che altri stanno girando a nostra insaputa, se ci sentiamo come trascinati verso l’ignoto, allora dob­biamo riscoprire la grande forza della preghiera che ci permette di guardare al di là dell’orizzonte e di trovare di­nanzi a noi le tracce di un cammino che libera dalla contingenza e dalla miseria del cuore.

La vera forza della preghiera è pro­prio qui, in questa speciale liberazione della persona da ciò che la inaridisce, in questa sua straordinaria attitudine a sostenere la persona nella ricerca del­le sorgenti di vita, in questo suo predi­sporre all’ascolto.

Ci inganniamo se pensiamo alla preghiera come ad una moneta che ci consentirebbe di comperare un fa­vore. No, la forza della preghiera non deriva dalle grazie che potremmo ricevere, ma dalla grazia che essa ci dona di mettere ordine nella coscien­za ed armonia nelle esperienze che andiamo realizzando.

Insegnare a pregare è una delle più grandi opere di liberazione della persona.

E non si può insegnare senza im­parare. Imparare ad accettare il senso del mistero per cogliere lo straordi­nario splendore di quella soglia sulla quale si incontrano l’immensamente grande e l’immensamente piccolo, là dove l’uomo stende la mano e tocca la mano dell’Onnipotente. Imparare a lodare, a ringraziare, ad ascoltare, a credere, a sperare, a riconoscere la volontà del Padre Eterno ed avverti­re l’orgoglio di d’essere stati chiamati dalla sua voce e segnati dalla sua be­nevolenza.

Non importano le parole che si adoperano, né conta il tempo o il luo­go. Quel che conta è avvertire che con la preghiera l’uomo incontra il sacro e il santo e se ne fa partecipe. Sì, diven­ta in qualche misura santo, perché sa­nato, perché risanato da quella mano che è riuscito a toccare.

È qui la grande forza della pre­ghiera.

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