Le opere buone, PER TORNARE A GODERE DEL CREATO

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Quando ci si allontana dalla casa natia, quando si smarriscono le voci e i colori della Patria per­duta, quando si inciampa lungo i sassi di una terra straniera, allora viene spontaneo, sul calar della sera, innalzare un canto nostalgico, che sembra restituire calore agli affanni d’ogni giorno.

L’attuale diffuso inneggiare alla bellezza sembra anch’esso un canto nostalgico, un silenzioso richiamo di qualcosa che ci sfugge, una sorta di pausa furtiva rispetto all’incalzare del tempo.

Dov’è la bellezza? La si vede, ma non la si afferra; la si scorge, ma non si riesce ad avvicinarla; la si invoca, ma non si sa come descriverla. Eppure è lì, dinanzi a ciascuno di noi, a portata di tutti.

Nel linguaggio antico, il bello e il buono si sovrappongono. Il bello e il buono sono nel creato e però sono an­che nelle opere dell’uomo.

E come per la bellezza, anche le cose “buone” sembrano porsi al di fuori del campo d’azione d’ogni gior­no. Le notizie strillate dai quotidiani sono intrise di dolore e tristezza; la gente che affolla le strade della città non fa che lamentarsi e le analisi dei sociologi non aiutano a sperare.

Sembra non esserci spazio per la bellezza nella città degli uomini e man­ca il tempo per le opere buone fra gli affanni di coloro che abitano le città.

Certamente, c’è anche il bello che viene dalle mani del Creatore, grande artefice del mondo, ma anche questo sembra sottratto al quotidiano godi­mento degli uomini, perché è davve­ro difficile - forse persino impossibile - riconoscere l’incanto del creato, la straordinaria tavolozza di colori che ci regala la primavera, il bello che il Signore ha profuso nella dimora de­gli uomini, se questi non imparano a riconoscere e a godere le opere belle e le buone azioni che escono o che pos­sono uscire dalle loro stesse mani.

È bello ciò che è gradito al Padro­ne della messe. È bello ciò che l’uomo costruisce per il bene dei suoi fratelli.

Ecco la grande, semplice e rivoluzio­naria lezione dei Vangeli.

Saziare l’affamato, vestire l’ignu­do, accogliere i miseri, ospitare i senza tetto, abbattere l’oppressione... Sono le opere di misericordia, le cose buo­ne che portano la luce in mezzo alle tenebre. Lavorare per la pace, soffrire per la giustizia, difendere i diritti del­la persona, promuovere lo sviluppo, emancipare le persone, costruire una città a misura dei più deboli, difen­dere l’infanzia, diffondere la cultura, sono opere che fanno risplendere il volto dell’uomo e lo rendono capace di testimoniare la forza dello Spirito.

I giornali presentano, ogni giorno, le iniquità e i delitti, l’oltraggio al pu­dore e il vento della violenza; ma le opere buone restano al di là del chias­so, al di là del clamore dei giorni, e riescono a cantare la misericordia dell’uomo. Le opere buone riescono persino a curare le nostre ferite e sa­ranno una sorta di verifica decisiva per il giudizio finale (Mt 25).

Queste opere - unitamente all’im­pegno per la pace, per la giustizia, per la difesa dei diritti dell’uomo, per la promozione umana - possono anche rimanere nella penombra dei tumulti della quotidianità, ma riescono a par­lare al cuore degli uomini, purché non ci si dimentichi che la logica dell’agire è quella del dono, della gratuità, della testimonianza, della solidarietà.

Le opere buone, al pari della bellez­za, nascono dal cuore dell’uomo e si espandono lungo i sentieri dello spiri­to. E dallo Spirito traggono incentivo e benedizione.

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