Benpensanti o peccatori? I FRATELLI NON SONO MERCE

Gli scandali turbano e disturbano. Irritano a procurano sconcerto. A tal punto da indurre qualche benpensante a chiudere gli occhi per non vedere: è meglio ignorare che lasciarsi contaminare da tanta disin­voltura dinanzi alla cupidigia della gente.

Così crede il benpensante; men­tre invece l’insegnamento evangeli­co richiederebbe una risposta attiva, persino più in là della denuncia, sino all’isolamento e alla esclusione dei corrotti dalla convivialità sociale.

Lo scandalo più grande, oggi, è la diffusione della corruzione. Quando leggiamo le cronache dei giornali, dovremmo fermarci un momento a chiederci come siano potute accade­re certe cose, se non vi fosse stato il supporto dell’omertà e l’aiuto della compiacenza.

Quando si scopre che più di cento persone lucrano pensioni d’invalidità non dovute, è evidente che non si può più parlare soltanto di corruzione. In questo caso la corruzione ha genera­to tutto un contesto di complicità, di silenzi omertosi, di quotidiani strappi alla responsabilità personale, di gra­vi omissioni rispetto ai doveri socia­li, che il benpensante, però, giustifica con il quieto vivere.

Non ci si accorge che quei silenzi e quelle omissioni sono peccati. Anzi, a sentire i discorsi del Santo Padre, do­vremmo dire: peccati gravi.

Se, ad esempio, nel giro di poche ore si acquista una casa per cento e la si rivende per duecento, si ha il dove­re di scandalizzarsi e di reagire. Non spetta a noi stabilire la natura dei rea­ti; ma spetta a ciascuno di noi, reagire per non peccare anche noi. Il nostro eventuale silenzio sarebbe una colpa. Il nostro camminare per la nostra stra­da, facendo finta di nulla è condanna­to dal Vangelo. Chi lascia correre, non è un benpensante, ma un peccatore.

Ce l’ha ricordato il Papa in una del­le sue omelie in Santa Marta, quando ha detto che “il corrotto irrita Dio e fa peccare il popolo”.

Non ci sono mezze misure, né c’è da invocare qualche scappatoia, non c’è da pensare a qualche scusante: la corruzione è sempre e comunque una provocazione rivolta al Signore ed una continua minaccia alla salute spi­rituale di ciascuno di noi. Abbiamo il dovere di difenderci e di scandaliz­zarci.

Non si tratta di esercitarsi nell’arte del tutto inutile del pettegolezzo: par­lar male di quel che accade non giova quasi mai a nessuno, né serve a risol­vere i problemi.

Scandalizzarsi significa isolare i comportamenti disonesti, prendere le distanze dalle persone e dagli ambienti corrotti, non sostenere, neppure indi­rettamente, le azioni malavitose, non servirsi delle opere che nascono dalla corruzione.

Dinanzi alla corruzione dei politi­ci, ad esempio, che cosa è più utile: la chiacchiera e il pettegolezzo o il ritiro del consenso?

C’è però una difficoltà. Si tratta di un ostacolo che viene non dall’ester­no, ma dall’intimo del nostro stesso animo: una sorta di invidia nascosta o almeno un desiderio appena per­cepibile che induce ad alimentare la tentazione di emulare i furbetti del momento; perché poi, in fondo, se certe cose riescono ai corrotti, perché non dovrebbero riuscire anche per chi magari ne avrebbe proprio bisogno?

Ecco, il tarlo della corruzione… ha già colpito, ha invaso la coscienza, ha distrutto le nostre difese. Il Papa di­rebbe: ha ucciso la nostra identità. Il peccato ha preso il sopravvento e im­pedisce lo scandalo.

La corruzione è sempre un furto, è sempre un agire disonesto, è sempre un togliere ingiustamente qualcosa a qualcuno. Sempre. Ed irrita il Signo­re.

Scandalizzarsi per la corruzione significa lavorare per salvaguardare l’equità, impegnarsi nell’isolamento di chi approfitta degli altri e denun­ciare chi ruba e chi tratta i fratelli come merce da scambiare con il de­naro.

 

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