Tra Gerusalemme e Gerico. AVVIENE SEMPRE UN INCONTRO

 

 

 

 Con la caduta del muro di Berlino, pensavamo di esserci liberati dal­le ideologie, che invece sopravvi­vono come il fuoco sotto la cenere e riemergono, di tanto in tanto, con tutta la loro ambigua fascinazione.

In qualche modo l’uomo ha bi­sogno di apparati ideologici: da essi ricava una serie di proposizioni che permettono di semplificare la com­plessità e di trovare, in ogni occasio­ne, risposte immediate per i tanti pro­blemi che la vita propone. Proprio per questo l’ideologia è persino comoda, come può essere comodo un cibo pre­cotto per chi non ha tempo di pensare alla cucina. Comodo e sempre uguale. Standardizzato.

L’ideologia funziona così: dinan­zi ad un problema, fornisce subito una risposta, una indicazione sempre pronta, collaudata, a volte persino pe­rentoria, ma sempre uguale, anzi, ste­reotipata, facile da adoperare, utile per collocare ogni cosa al suo posto, come una tessera in puzzle.

E se un tempo le ideologie riguar­davano prevalentemente le scelte del­la politica e proprio per questo crea­vano qualche sospetto, oggi, tornate a nuova vita, riprendono i temi antichi (la politica, l’economia, il lavoro) e, quasi all’insaputa di tutti, vanno ad occupare nuovi spazi, anzi, sono un po’ dappertutto, per aiutare chi non ha voglia di perder tempo, per sug­gerire in ogni circostanza quel che è giusto e quel che si deve fare, ciò che funziona meglio e ciò che gli altri si attendono.

Papa Francesco ha più volte mes­so in guardia da una certa pigrizia mentale che spinge a trasformare in ideologia persino la fede. All’inizio è stato difficile capire i suoi richiami; sembravano puntigli teologici, più che avvertimenti pastorali; ma Egli è tornato sul tema, con quel suo parla­re dialogante, ricco di immagini e di esempi eloquenti. E molti han detto di aver capito.

Ma capire non basta: occorre una paziente conversione mentale, e il tem­po della quaresima è davvero un tempo propizio.

Se l’ideologia entra nei discorsi o nella mentalità che dovrebbe essere illuminata dalla fede, apparentemente non si perde nulla del cristianesimo, anzi, l’ideologia ci fa subito capire ciò che è bene e ciò che è male, cosa dob­biamo dire al confessore e che cosa egli deve dire al penitente, quando dobbiamo digiunare e quando dob­biamo esultare… C’è tutto. E tutto viene espresso con chiarezza, senza rischio di equivoci. Puntualmente. Che cosa ci manca?

Ci manca la parte più importante, il cuore stesso della fede. Se la fede si riduce a formule, a precetti, a prescri­zioni da seguire e a riti da compiere, il nostro destino è quello di rimanere fuori dal tempio. Lontano da Colui che ci aspetta, incapaci di guardare in profondità.

La fede è prima di tutto un incon­tro. Un incontro con una Persona che ci chiama per nome, che ci conosce da sempre, che ci tende la mano, che vuole mettersi in cammino accanto a noi, lungo una strada che Egli stesso ha dischiuso ed Egli stesso ci ha pro­posto. Per la nostra salvezza.

Non ci sono formule che vadano bene per tutti. Certamente vale per tut­ti - ad esempio - il modello del Samari­tano che scende lungo la strada che da Gerusalemme conduce a Gerico, ma spetta a ciascuno capire chi si debba soccorre e come e con quale impegno. Né conviene regolarsi con l’esperien­za, perché ogni giorno ha la sua pena ed ogni giorno ha la sua gioia.

L’ideologia ci può aiutare, ci può suggerire la lista delle cose compiute, o quella delle inevitabili, ma altret­tanto farebbe un qualunque mercante del tempio.

Il cristiano è ben diverso: è un invitato che mette il vestito della fe­sta per correre incontro allo sposo, al quale confida propositi e proget­ti, confessando fatiche e turbamenti, chiedendo la forza della grazia e la docilità della fede.

Non ci possono essere ricette pre­confezionate là dove c’è da vivere la gioia dell’incontro. L’annuncio non viene dalle formule del catechismo, ma dall’ascolto e dalla conversione del cuore. Contemplando il Cristo che muore e che risorge… con ciascuno di noi.

Nicola Paparella

 

 

 

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