Il paradosso dell’abbondanza DENTRO UNA NUOVA BABELE

Ha tante cose, l’uomo del terzo mil­lennio; ma vive ancora nell’indi­genza. È il paradosso dell’abbon­danza, di cui aveva parlato San Giovanni Paolo II e di cui è tornato a discutere, recentemente, anche Papa Francesco, riferendosi alla dramma­tica diffusione della fame che ancora uccide o fa soffrire milioni di persone, proprio quando nelle città si fa fatica a smaltire i rifiuti e nei mercati non si sa come liberarsi dalla sovrappro­duzione. La fame e lo spreco sotto lo stesso cielo: un paradosso che l’uomo deve tempestivamente affrontare con saggezza e determinatezza.

Ha tantissimi volti, il paradosso dell’abbondanza.

Viviamo in una stagione in cui tutte le informazioni sono a portata di mano, tant’è che con un compu­ter e un collegamento internet tutti si possono facilmente affacciare sui più grandi giacimenti di notizie. E ciascuno può sapere quel che accade dall’altro capo del mondo. Possiamo sapere che cosa possiede il nostro vi­cino di casa e quanto egli spende per le sue vacanze; possiamo assistere ad uno spettacolo che si svolge a distan­za di migliaia di chilometri da casa nostra e leggere le pagine di un libro prezioso, conservato in una bibliote­ca lontanissima. C’è chi frequenta le lezioni universitarie mentre è in giro per il mondo, per lavoro, e chi si fa fare una diagnosi da un chirurgo che non ha mai incontrato né mai incon­trerà di persona. Tante informazioni e da tante parti del mondo. E però, nell’arco della giornata ci capita di spe­rimentare il disagio di chi non sa come cavarsela, la solitudine di chi non sa a chi rivolgersi per avere aiuto, persino la disperazione di chi non sa come al­lontanarsi da un grave e imminente pe­ricolo. A che cosa servono tutte queste informazioni, se poi nel momento del bisogno non sappiamo come affron­tare l’emergenza? È un paradosso dei nostri giorni. Con il quale impariamo a convivere sin da piccoli.

Il bambino impara molto presto a servirsi del telecomando e sa be­nissimo che pigiando quel tastino ad una certa ora del giorno troverà nello schermo della sua tv i personaggi del suo cartone preferito. E impara an­che, con grande suo disappunto, che se ha davvero bisogno di parlare con il suo papà, non sempre questo gli sarà possibile, così come non sempre sarà possibile raggiungere, con altret­tanta sicurezza e celerità, il volto ras­sicurante della mamma.

Gli uffici pubblici ci mandano no­tizie, documenti, sollecitazioni, anzi mettono a nostra disposizione i loro archivi informatici; ma c’è sempre una notizia, grande o piccola, a vol­te una semplice piccola informazione che ci mette fuori gioco.

Anzi, c’è di più: siamo talmente soverchiati dalle notizie che non sap­piamo neppure se abbiamo davvero bisogno di tenerne qualcuna da conto. È come se nel gran chiasso di uno sta­dio, non si sia più in grado di ascolta­re una sola semplice voce, quella che ci sarebbe utile per raggiungere i no­stri obiettivi. Sì, perché è sempre stato così: il chiasso uccide la notizia.

Una volta ci bastava metterci al ri­paro dalla maldicenza, oggi possiamo rimanere soffocati dalla confusione, persino da quella confusione che na­sce dalle nostre stesse mani. Si dice che certe informazioni hanno una dif­fusione “virale”, agiscono in internet come una pallina che rimbalza sugli specchi e che ad ogni battuta si molti­plica per dieci, per cui torna a battere anche là, da dove è partita, ma dopo aver generato altre parole e dopo es­sersi mescolata con altre parole… È la confusione di Babele. La torre al cui interno le parole perdono il loro significato e i discorsi non hanno più senso.

L’abbondanza è sempre pericolosa, non genera sicurezza e non si accom­pagna alla virtù.

Alla fine della giornata non conta quante cose abbiamo trattenuto pres­so di noi, né conta quanto abbiamo guadagnato. Quel che conta è la sod­disfazione di aver arato il campo che ci era stato assegnato e di aver semi­nato dove ci era stato chiesto di semi­nare. Tutto il resto verrà in sovrappiù.

Nicola Paparella

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