L’inganno della retorica. ASPETTANDO L’ANNO SANTO

Perennemente in conflitto con se medesimo, l’uomo del terzo mil­lennio ha un bruciante bisogno di mascherare il suo disagio e si illude di potersi sottrarre alle difficol­tà, concedendosi al gioco quotidiano delle parole, senza tanta fatica e quasi trastullandosi, come farebbe un bam­bino in un parco dei divertimenti.

È ormai diventato sedentario, ma non vuole rinunciare all’idea di po­tersi dire esploratore (e padrone) del mondo. E così si lascia conquistare dalla suggestione del viaggio orga­nizzato, tutto incluso, che gli permet­terà di portare a casa mille fotografie - che nessuno guarderà - e decine di souvenir prodotti in serie, a mille mi­glia dai luoghi appena intravisti.

Non parla più con nessuno, non incontra i suoi vicini, ignora persino il nome dei suoi condomini, e però si gloria di aver stretto amicizia con migliaia di persone, tanti quanti sono i contatti del suo iphone, da cui non riesce a separarsi nemmeno un mo­mento, perché attende conferme e ras­sicurazioni, come già faceva la regina di Biancaneve con lo specchio delle sue brame.

Dice che deve mettersi a dieta e giura che lo farà a partire dai prossimi giorni, intanto mangia senza misura e soprattutto senza criterio. Nel super­mercato, i suoi bisogni si dilatano in maniera incontrollata tant’è che un quarto di quel che acquista andrà a finire tra i rifiuti. Vive nell’abbondan­za, ma fa uso continuo e smodato di integratori alimentari, che di per sé servirebbero a compensare una dieta insufficiente o poco equilibrata.

Plaude alla tecnologia, che lo libe­ra da tante forme di dipendenza, lo aiuta in cento occasioni e lo sostiene nei lavori più pesanti e più impegna­tivi; poi però si lamenta di aver per­so il contatto diretto con le cose e per questo di tanto in tanto si rifugia sot­to la pergola di un agriturismo o nel sogno falso e bugiardo di un reality show.

Un po’ alla volta le parole perdono il loro significato antico e diventano semplici richiami: poco più di un pre­testo per l’immaginazione, una scusa per lasciarsi convincere e trascinare.

Gli antichi chiamavano retorica l’arte dell’oratore che riusciva a con­vincere con i bei discorsi.

Oggi si riesce a convincere con l’immagine, con il simbolo, con l’al­lusione. Non c’è bisogno del “bel” discorso, conta di più il consenso so­ciale. Non serve la verità; basta poter dire: così fan tutti.

In questo modo il mercato si so­stituisce alla natura, anzi, diventa esso stesso natura; la parola diventa discorso; e il volto dell’uomo coinci­de con una delle maschere distribuite dalla pubblicità.

Senza nemmeno accorgercene, ci stiamo avvitando in un universo di finzioni e di inganni, che ci rende estranei a noi medesimi.

Qualche volta, sul far della sera, ci viene come una sensazione di estra­neità, quasi il dubbio di non essere al nostro posto: l’angoscioso sospetto di abitare in una casa che non è la nostra casa.

Dovremmo approfittare di questi rari momenti di lucidità, per tentare di riportare ogni cosa al suo posto, perché soltanto così anche la persona ritrova la sua inconfondibile identità.

Sulla soglia del confessionale do­vremmo imparare ad andare al di là della lista dei peccati, per riconoscere, innanzi tutto, la nostra condizione di esiliati nel mondo.

Un esilio probabilmente non volu­to, ma pur sempre accettato e qualche volta incoraggiato.

Più ci esiliamo da noi stessi, più ci ritroviamo prigionieri del mondo, arrotolati nell’inganno retorico del­la moda, del mercato, del consumo, dell’artificio, lontani da quella fon­damentale confidenza che ci farebbe tornare creature.

Sì, fragili creature, ma proprio per questo capaci di guardare in alto e di sussurrare due piccole, semplici pa­role: Padre, eccomi.

Sarebbe un buon avvio per l’Anno Santo della Misericordia.

Nicola Paparella

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