Come diceva Peguy, PER SEMPRE...

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Ci viene in mente una frase di C. Peguy. A proposito della fedeltà, egli scriveva: È facile esser fedeli; il difficile è esserlo per sempre.

Nella società dai mille volti, dove ogni valore convive con il suo contra­rio, dove il bene e il male sono divisi da un battito d’ali, dove la gioia e la tristezza sono poco più che una fac­cina da aggiungere ad un messaggio, dove l’abitudine ricopre di grigio ogni cosa, le parole più difficili da capire sono proprio queste: per sempre.

Le sentiamo ripetere tante volte… Pronunciarle non è difficile e forse nemmeno desiderarle o prometterle. Il difficile è ricordarsene, anche dopo qualche tempo.

Per la misericordia accade anche di peggio. Ci appare come un gesto speciale, da compiere in un momento speciale e per una situazione speciale. E ne siamo tanto convinti che ci po­niamo in guardia, quasi a verificare fuori di noi se sia giunto il momento tanto atteso per sperimentare final­mente la nostra disponibilità ad esse­re misericordiosi.

A seconda della direzione della mi­sericordia, cambia la durata dell’attesa e il tempo di elaborazione. Un attimo può bastare, se si tratta di ricevere mi­sericordia; occorre molto di più se in­vece si tratta di donare misericordia.

Il dono della misericordia è come l’eroismo. Chi di noi, durante l’ado­lescenza, non ha fatto il proposito di fare l’eroe? Poi però non ne ha trovato l’occasione, e quando se n’è presen­tata l’opportunità, è subito scappata via, non si sa come. Forse, per distra­zione.

Più ci fermiamo ad interrogarci, anche in totale buona fede, per chie­derci verso chi esercitare la misericor­dia, meno ci accorgiamo di essere del tutto fuori strada.

Alla misericordia si giunge apren­do il cuore all’altro e lasciando sempre uno spazio libero per esercitare atten­zione e premura verso le altrui miserie.

L’atteggiamento di fondo è quello di chi non cerca un tempo, ma acco­glie da subito la persona che la Prov­videnza gli ha messo accanto, per far­si sollecito verso le sue miserie. Non con l’atteggiamento di chi rileva, va­luta e rimprovera, ma con la premura di chi dice: dai, proviamo: insieme ce la possiamo fare.

E se accadesse di non scorgere al­cuno che abbia bisogno della nostra premura? Allora bisognerà ricorrere a qualche esercizio. Sempre utile.

Ne segnalo un paio.

Il primo lo chiameremo esercizio di sostituzione. Proviamo a guarda­re le situazioni attraverso una sorta di specchio deformante, per effetto del quale ciascuno di noi diventa l’al­tro che ci sta accanto mentre l’altro si colloca al nostro posto. Proviamo a pensarci. Troveremo dove stanno le “miserie”: le nostre e quelle degli al­tri. Fermiamoci principalmente sulle miserie morali, sui vincoli del vizio, sulle tenaglie dell’abitudine, sulle preclusioni più o meno inconfessate. Impareremo molto, a proposito del­la nostra e dell’altrui identità. Non è escluso che ci si possa scoprire inca­paci di progettare qualcosa di utile. Non occorre aver fretta. La prima cosa importante è trovare un posto, nel no­stro cuore, per riporvi le miserie che abbiamo ritenuto di scorgere. Il resto verrà da sé.

Un secondo esercizio, parallelo a quello appena descritto, è quello del­la valorizzazione dell’altro. Non c’è persona che non abbia caratteri, qua­lità, aspetti comportamentali che non siano meritevoli d’essere apprezzati e valorizzati.

Scoprire questi valori è soltanto un punto di partenza, verificare se non corrispondano ai nostri limiti è il pas­so successivo.

Non si tratta di esercizi da com­piere una volta soltanto… Dobbiamo considerarli permanente incentivo a rendere fluida la nostra sensibilità. Anche per questi esercizi vale ripete­re l’espressione di Peguy: per sempre.

Nicola Paparella

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