Sognano un riscatto NEI VIAGGI DELLA SPERANZA

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Vanno incontro al destino con forza e determinazione. Avvertono i rischi, ma non smettono di sperare. Sentono il brivido della paura, ma continuano a cercare la via del riscatto sociale. Si riconoscono fragili, ma in silenzio accarezzano un loro sogno segreto, forse persino inconfessabile, e però chiaro, preciso, distinto, come può essere un lumicino nella oscurità della notte.

Sono i Migranti del terzo Millennio; quelli che attraversano il deserto e corrono verso le sponde del Mediterraneo.  Fra  loro  sono  tantissimi  i giovani non ancora maggiorenni e le donne che camminano insieme ad un bimbo o ad una bimba che vogliono far nascere in una terra che sperano generosa ed ospitale.

Hanno sentito parlare dell’Occidente e dell’Europa. Chiedono di andare in Norvegia, di raggiungere la Germania, di correre verso la Svezia. Qualcuno si accontenta di fermarsi in Italia, altri sperano di ricongiungersi con parenti e connazionali che già vivono in Europa…

Molti di loro hanno sperimentato il dramma della guerra, i soprusi della dittatura, i disagi delle carestie…

Lasciano la povertà, l’indigenza, la miseria, l’impossibilità di progettare un’e- sistenza almeno dignitosa.

E vanno. Corrono. Si nascondono. Ripartono. Senza abbandonare mai il loro sogno. Come il ragazzino di Valona che cercava una casa con il camino. Come il giovane cinese che voleva aprire una ristorante al centro di Roma, “la città di Totti”. Si legano ai simboli e coltivano la speranza di un riscatto, di una vita diversa, affrancata dalla marginalità e dalla sofferenza.

Non sono dei visionari.  Conoscono i rischi… Sanno che qualcuno non ce la farà; ma hanno la forza e la determinazione di accettare la sfida. Sanno che il viaggio sul barcone dei clandestini è una grande incognita, come la vita da clandestini. Ma continuano a credere, a sperare, a soffrire.

Si rattristano quando inciampano. Piangono quando un loro compagno soccombe. Tremano quando si con- frontano con chi rappresenta la legge. Si bloccano quando gli ostacoli sbarrano il cammino. Poi tornano a sperare, a disegnare giorni lontani, a desi- derare un futuro nel quale indossare l’abito nuovo del riscatto sociale.

A noi che li osserviamo dall’alto della scogliera, di fronte al nostro e al loro mare, non è dato di capire i loro sogni, né mai sapremo che cosa a loro potrà giovare… se convenga aiutarli a concludere il viaggio nelle nostre città o se sollecitarli a diventare autonomi ed indipendenti. Restano un mistero.

Come del resto è giusto che sia; perché la persona è sempre originale, unica irripetibile…  e  dunque irrag giungibile.

Ciascuno di loro costruirà la sua fortuna con le proprie mani. A noi spetta soltanto - e non è poco - di rispettare la loro attitudine a sognare, a progettare autonomamente il proprio futuro. Non ci deve interessare il contenuto dei loro desideri; ci basterà sapere che essi hanno un progetto, forse confuso, forse velleitario, ma capace di motivare la fuga e il cammino, le sofferenze e i disagi, il rischio di perire e il dolore della perdita.

è opera eroica dare una mano a chi fra questi migranti rischia di soccombere fra i flutti del mare in burrasca o fra le tortuosità della vita cittadina. Ed è opera grande consentire a questi migranti di dare un senso ai lunghi cammini, alle poche parole appena sussurrate nei rari momenti di confidenza, nei giorni trascorsi nell’attesa. Opera grande è liberarli dalle catene dello sfruttamento, dai legacci dell’i gnoranza, dalle spine dei soprusi.

In tanti non ce l’hanno fatta. Alcuni riposano in cimiteri sconosciuti, altri restano avvolti dalle onde del mare. Il loro sogno s’è spezzato e però sopravvive nel ricordo della loro gente, come un impegno che non è mai di uno soltanto, ma di tutti quelli che vivevano accanto a lui. Così come la nostra capacità di accogliere: non è mai soltanto il gesto buono e coraggioso dei primi soccorritori, ma il disegno progettuale di chi aggiunge, all’eroismo della prima ora, la tenacia, la perseveranza e la pazienza di lavorare per spezzare quotidianamente le catene della miseria e i ceppi dell’in- giustizia.

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