Da che parte stare MAI RINUNCIARE ALLA SCELTA

 Come ospiti invadenti, i messaggi della pubblicità prendono dimo­ra nei nostri pensieri e ci incanta­no già prima di convincerci. Un po’ alla volta si sostituiscono ai nostri giudizi, motivano le nostre azioni, de­terminano le nostre esperienze, si tra­sformano in criteri d’azione e in prin­cipi di orientamento personale.

In questo modo, nel passato, han­no più volte tentato di farci credere che la scelta giusta fosse quella del gregge: così fan tutti dicevano a pro­posito di un amaro rimasto famoso, e alla fine ci siamo anche convinti che conviene seguire il gruppo, adeguarsi a quel che fanno gli altri, a quel che vuole la maggioranza. …Esattamen­te come avvenne nel cortile di Pilato quando la folla scelse Barabba.

Ci hanno fatto credere che un ma­schio che si rispetti non deve chiedere mai. E qualcuno ha impiegato davve­ro poco per indossare gli abiti del so­pruso e le vesti della prepotenza.

L’ultima trovata è la grande pro­messa della Tim: la libertà di non do­ver più scegliere.

In verità noi avevamo sempre cre­duto il contrario: che la scelta fosse l’essenza dell’atto libero ed avevamo sempre collegato la scelta alla deci­sione e alla responsabilità. Forse ci sbagliavamo o forse siamo rimasti in­dietro. Oggi, dallo schermo televisivo apprendiamo che è meglio non avere il peso della scelta, è meglio non aver nulla da decidere. Sembra una gran bella cosa. Ma non è proprio così.

Se togliamo alla persona l’avven­tura della scelta, la capacità di ren­dersi responsabile delle proprie de­terminazioni e se la esoneriamo dalla fatica della decisione, dov’altro si de­terminerà il suo profilo e la sua iden­tità? Non restano che le performance, le prestazioni, i tempi del lavoro, le fati­che della quotidianità. Ciascuno con­terà non per quello che crea, ma per i bulloni che saprà avvitare nella catena di montaggio. Persino i suoi desideri rimarranno incapaci di smuovere e di commuovere. Quel che conta sarà sempre e soltanto la pagina di inter­net o il messaggio della pubblicità.

Al confronto, l’incredulità di Tom­maso, l’apostolo che non decideva senza aver prima messo le mani nel costato del Maestro, è ben poca cosa. Lui almeno sapeva che per decidere occorre scegliere e che ogni decisione comporta il peso della responsabili­tà. Egli decise e scelse, e pagò con il pianto quanto aveva troppo frettolo­samente deciso.

Se ci liberiamo dall’onere della scelta, ci mettiamo nelle condizioni di ritrovarci ancora più poveri del buon Tommaso, ancora più smarriti dell’A­postolo esigente; ci piacerà rimanere tra la folla radunata sotto il balcone di Pilato: uno dei tanti, senza nome e senza volto.

Sorridiamo pure dinanzi alla pub­blicità e magari accettiamo i suoi pro­dotti, ma prendiamo le distanze dai suoi consigli. I suoi slogan non pos­sono sostituirsi ai nostri pensieri e le sue parole non possono diventare gli schemi delle nostre azioni.

Non possiamo lasciare ad altri la costruzione della nostra identità, non possiamo lasciarci convincere che è bello non aver nulla da scegliere, per­ché questo vorrebbe dire che altri han­no già scelto per noi. Hanno deciso di renderci consumatori obbedienti. Se qualcuno davvero pensa di affrancar­ci dal peso della responsabilità, non ci fa un favore, ma ci condanna ad una dipendenza mortificante; non ci offre una grande libertà, ma ci priva dell’u­nica magnifica libertà che ci è stata donata dall’Eterno: quella di decidere da che parte stare, quella di scegliere dove andare, di accompagnarci a chi riteniamo possa meritare la nostra at­tenzione e la nostra gratitudine.

Ed allora, nei giorni di Pasqua, anche se la folla dovesse urlare “Ba­rabba”, accettiamo il rischio e la re­sponsabilità della scelta: andiamo a cercare il nostro posto, ai piedi della Croce, per meritarci il cammino lun­go le strade di Emmaus e la luce del Risorto. Auguri.


Nicola Paparella

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