La storia si scrive CON IL DIALOGO E LA MISERICORDIA

Siamo ormai a metà dell’Anno Santo della Misericordia, ma il popolo di Dio ha ancora un lun­go cammino da compiere prima di giungere a quella Porta Santa che separa i rovi dai campi ubertosi e le spine dai fiori dei prati. Da una parte c’è ancora la nostra arroganza, dall’al­tra c’è l’esperienza dell’accoglienza e dell’umiltà.

La Misericordia è come un seme prezioso, che il Signore ci regala per­ché possa fruttificare nei nostri cuori e nella nostra vita. Lo stesso rito del pellegrinaggio aiuta a capire quan­to lungo debba essere il cammino e come esso si snodi: prima per avvici­narsi al dono e poi per tornare, arric­chiti dell’aiuto divino.

Se rileggiamo gli avvenimenti di questi ultimi mesi e li mettiamo a con­fronto con quelle che il catechismo definisce opere di misericordia spiri­tuale, ci accorgiamo di quanto lavoro ci sia ancora da compiere nella fami­glia, nella società, nella stessa Chiesa, perché ciascuno impari a consolare, a perdonare, a sopportare, a insegnare e soprattutto impari a pregare Dio, anche per i propri avversari.

Le cronache, sia quelle riporta­te dai giornali sia quelle non scritte, che fotografano le ore e i giorni del­la nostra quotidianità, ci parlano di divisioni, di conflitti, di rancori che rendono impossibile l’incontro e lo scambio del segno di pace…

Nel secolo scorso, laicamente, i filosofi hanno a lungo discusso sul carattere essenziale e strutturale del dialogo, sino ad affermare che la per­sona è dialogo, il che significa che se la persona non dialoga con l’altro o se lo fa in maniera contorta ed asfittica, è la stessa sua immagine contorta ed asfittica.

Sul versante teologico possiamo dire che se non impariamo a conso­lare gli afflitti, se non perdoniamo le offese, se non ci prendiamo cura di chi è accanto a noi, di fatto non ci prendiamo cura del dono grande del­ la misericordia. È come se avessimo nascosto un seme prezioso - ed unico - nella cassaforte metallica del nostro egoismo, invece di farlo crescere nel caldo tempore del nostro cuore.

Dobbiamo anche difenderci da uno strano paradosso: a volte il dia­logo si interrompe proprio a casa di chi predica il dialogo. E già, perché il dialogo, al pari della misericordia, non vanno soltanto “predicati”, ma vanno praticati. Come tutta l’esperienza del cristiano che si alimenta alla mensa divina, attorno all’altare, ma cresce, prospera e si fa vita lungo le strade del mondo, fuori del tempio, là dove le persone vivono e costruiscono la storia.

Proprio qui troviamo i segni - oggi si direbbe gli indicatori - della effica­cia del nostro dialogo: la capacità di costruire la storia.

Non sembri pretesa eccessiva: stiamo davvero parlando della sto­ria. Quando, il mese passato, Papa Francesco ha incontrato il Patriarca Bartolomeo e il Primate della Chiesa ortodossa greca Hieronymos e insie­me hanno celebrato una sorta di co­munione della fratellanza e della mi­sericordia, è stata scritta una pagina di storia, ben più ricca di un trattato di teologia.

I conflitti non si risolvono con le censure e le intese non si affidano ai protocolli dei notai, ma ai gesti di co­munione da compiere ponendosi al servizio degli altri.

Se in ogni famiglia, in ogni casa religiosa, in ogni associazione, nella Chiesa e nella società fossimo capaci di sanare un conflitto mettendoci in­sieme al servizio degli altri, potrem­mo ben dire di aver celebrato la Mise­ricordia del Signore e di aver percorso le strade della Pace.

La storia, la storia delle civiltà, la storia della salvezza si scrivono con il dialogo e la misericordia. Le opere della pace scrivono la storia; le batta­glie la imbrattano.


Nicola Paparella

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