Il deserto che temo di più CONDANNA ALLA SOLITUDINE

Un alone di mistero avvolge il de­serto. Il suo fascino sollecita la curiosità, il suo silenzio facilita la meditazione, le sue solitudini inducono a scavare nella interiorità della coscienza. E però proprio nel deserto si scatena il principe delle te­nebre, il tentatore che osò sfidare an­che il Signore Gesù.

Oggi, il deserto è fonte di inquietu­dine. E per diverse ragioni.

Lungo le sue piste, transitano, nella fascia centrale dell’Africa, sino a lambire le regioni dell’Asia, attra­versando tutto il Medioriente, le ca­rovane di coloro che ancora credono nella vita e cercano altrove un futuro migliore.

In questi territori lontani e “segreti” prosperano anche il commercio delle armi, quello della droga e quello delle nuove ed antiche schiavitù. Qui fan­no affari un po’ tutti i paesi dell’ab­bondanza e del consumismo; e qui soffrono milioni di persone: i tanti che si sentono traditi dalla storia de­gli ultimi sessant’anni, i molti che si sentono attratti dalle promesse di chi assicura un riscatto attraverso le azio­ni militari, e qui vivono ancora nel sottosviluppo tutti coloro che l’Occi­dente conosce soltanto attraverso le testimonianze, inascoltate, dei suoi Missionari.

Intanto, il deserto si allarga e, anno dopo anno, sottrae spazio all’agricol­tura e fa arretrare i giardini e le aree boschive. È un fenomeno che inquie­ta gli ecologisti che invano chiedono una riduzione dell’inquinamento e la modifica dei comportamenti che tolgono salute al pianeta. All’inizio dell’Ottocento François-René de Cha­teaubriand aveva osservato che le foreste precedono le civiltà, mentre invece i deserti le seguono. I fatti di­mostrano che aveva ragione.

E c’è poi un altro deserto, anco­ra più “segreto”, ancora più temibile, ancora più pernicioso per il futuro del mondo. È un deserto che quel visiona­rio di F. Nietzsche aveva ben avver­tito; lo aveva denominato: il deserto dell’anima.

A volte si tratta di un piccolo ango­lino, dove si accomoda l’egoismo e si nasconde il compromesso; uno spazio isolato e nascoso dove non giunge né voce né luce.

Anno dopo anno, quell’angolino si fa sempre più largo, sino ad occu­pare tutto il nostro mondo interiore, al riparo da ogni dialogo, insensibile al profumo dell’ascolto, allo slancio dell’accoglienza.

È un deserto che ci condanna all’e­silio, alla solitudine, all’esclusione. Per questo diciamo che è il più perico­loso e che perciò va prontamente tra­sformato in oasi sempre più grandi.

Nell’Anno Santo della Misericordia, fra i cambiamenti che l’atto penitenzia­le deve produrre, non dimentichiamo di mettere, fra i primi posti, la rimozione del nostro deserto dell’anima. Dobbia­mo sforzarci di portarvi l’albero della vita, le sementi della comprensione e dell’alterità, i fiori della generosità e della operosità sociale, la fragranza della oblatività e il vento della libertà e del rinnovamento.

Come fare? Applichiamo anche al deserto dell’anima, la riflessione che Antoine de Saint-Exupery poneva in bocca al Piccolo Principe: in ogni de­serto, da qualche parte, vi è nascosto un pozzo. Cerchiamolo. Sarà la nostra salvezza.

Cerchiamo il pozzo nascosto all’in­terno del nostro deserto. Se vi guar­diamo dentro troveremo il volto del nostro vicino, sentiremo l’eco delle sue lamentele, vedremo le tracce del­le sue imprese e forse ci accorgeremo delle nostre inadempienze.

Rimediare a quelle inadempienze è, pure questa, un’opera di misericor­dia, con la quale ci riuscirà far fiorire l’amore nel deserto più pericoloso, quello della nostra coscienza. E dalle tenebre nascerà la luce.

 

Nicola Paparella

L'ULTIMO NUMERO

RUBRICHE
SERVIZI

Questo sito utilizza cookie, anche di terze parti, a scopi pubblicitari e per migliorare servizi ed esperienza dei lettori. Se decidi di continuare la navigazione consideriamo che accetti il loro uso Accetto