Popolo, ovvero tutti. PROPRIO TUTTI

Asentire i loro proclami, hanno tut­ti ragione. Sono i personaggi del­la politica che riescono a sedurre prima ancora di convincere. E fondano il loro consenso sulle luci della tv.

Nelle settimane che ci separano dal 4 di dicembre, quando sarà cele­brato un importante referendum, sen­tiremo tante frasi ad effetto, l’uno dirà il contrario dell’altro e tutti innegge­ranno alla democrazia, alla traspa­renza, al risparmio, alla libertà. Come faremo a distinguere e a capire?

I Vescovi italiani hanno invitato a leggere direttamente la norma che si vuole abrogare o che si vuole confer­mare; ma anche questa è operazione complessa e non sempre agevole.

Come faremo allora?

Ci faremo aiutare dal criterio del­la lealtà. Chi ci invita dalla sua parte è un uomo fallibile come ciascuno di noi. Forse è sincero come siamo since­ri anche noi. Ma se dice di avere sem­pre ragione, è un po’ diverso da noi. Forse viene da molto lontano o forse non è leale.

Non ci lasciamo fuorviare dalle moltitudini; cerchiamo invece di ca­pire le vicende della vita di chi ci par­la. Diffidiamo da chi ci offre in garanzia lo spirito di servizio (prometterlo non costa nulla) e cerchiamo di apprezzare chi invece ha già dimostrato di sapersi mettere da parte. Quante volte il Divi­no Maestro si è allontanato dalle folle che volevano farlo re! Quante volte ha raccomandato ai suoi discepoli di non fare clamore e di essere riservati. Quante volte ha dimostrato che non è lecito approfittare della condizione di chi è fragile e debole e giace nel bi­sogno…

In queste stesse pagine, abbiamo - in altra occasione - osservato che la verità non promette traguardi, ma in­dica percorsi da compiere. E chi dice la verità non si pone in alto sul carro del vincitore, ma scende fra il popolo e cammina accanto a chi ha bisogno. In una cultura attraversata da messaggi ingannevoli, la comunità cristiana ha il compito di liberarsi dal­la frottola e di imparare a dire parole di verità.

Ci sono parole bellissime, che però hanno perduto forza e splendo­re. Quando diciamo (o sentiamo dire) popolo, ad esempio, abbiamo come un senso di reverenza.

E però qualche volta il riferimento al popolo è soltanto un trucco per far passare decisioni che giovano soltan­to ad alcuni. In questi casi può essere utile farsi aiutare da parole più sem­plici. Anziché popolo, diciamo tutti. Ed allora scopriremo, ad esempio, che popolo non è la folla che nella piazza attende un proclama. Né può essere quello che siede alla mensa, mentre altri restano fuori dell’aula del ban­chetto. Non è quello che può fruire della scuola e gode del tempo pieno, dell’insegnante di sostegno e del ser­vizio di scuolabus, contrariamente ai tanti che mancano di questi servizi. E non è nemmeno quello che si ammas­sa nei cortei di protesta.

Il popolo non è una pluralità di per­sone, ma è la pluralità delle persone. Tutti.

Anche il popolo di Dio è l’intera comunità: laici e clerici, giovani ed anziani, maschi e femmine, sani e am­malati, europei ed asiatici, americani ed africani… tutti. Quelli che hanno vinto le elezioni e quelli che le han­no perse. Quelli che hanno ragione e quelli che qualche volta sbagliano. Tutti.

Anche il referendum del 4 dicembre è celebrato per il popolo, ovvero per tutti. Nessuno deve pensare soltanto a sé stesso. Pensi anche al suo vicino, al proprio figliolo, ai nipoti che ancora non sono nati.

Con il nostro voto decidiamo per tutti. Sperando che non venga doma­ni un nipote a dirci che abbiamo sba­gliato ed abbiamo perduto un’occa­sione importante.

Nicola Paparella

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