Il possibile è affidato. ALLE OPERE DELL’UOMO

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Dopo l’ubriacatura delle mezze ve­rità, dopo le parole in libertà det­tate da un’aspra campagna elet­torale, all’interno di una stagione culturale attraversata da una sorta di rinuncia a pensare in termini di pro­gettazione dell’esistenza, la stella del Natale ci richiama oggi verso l’origi­ne della Verità, là dove diventa diffi­cile confondere il desiderio con il pos­sibile e dove la semplicità dei pastori fa capire che la storia ha bisogno delle mani dell’uomo e di un cuore sgom­bero da egoismi.

È disarmante costatare come acca­da che persino coloro cui è affidato il compito di guidare e di ammaestrare non sappiano far altro che sfuggire al confronto con la realtà. Se un gruppo sociale elabora propri desideri in or­dine allo sviluppo da dare alla città e alla crescita del benessere, sta facen­do un’operazione legittima ed ap­prezzabile perché introduce ed avvia riflessioni su che cosa ci sia da fare, su come ci si debba muovere e con quali scadenze.

Il desiderio è il motore che avvia la riflessione, ma questo motore condu­ce fra le zolle e i sassi che segnano i percorsi, non sempre facili, del pos­sibile. Se si lavora bene, con efficacia e con solerzia, si giungerà là dove il desiderio ci aveva indirizzato. Dove scopriremo, però, che il desiderio, nel frattempo, ha elaborato altre mete, forse lontane, ma sicuramente tanto da non farci bloccare né dalle zolle né dai sassi.

È la storia dell’uomo, il racconto della esperienza che ciascuno di noi compie su questa terra, la narrazione di una quotidianità perennemente at­tratta da orizzonti lontani.

Negli ultimi tempi, tuttavia, la cultura, gli uomini, la politica e persi­no alcuni maestri d’anime sembrano aver smarrito il percorso e pensano che il desiderio sia già il possibile. Non si tratta di un errore di poco con­to. Perché se si identifica il desiderio con il possibile, di fatto si annulla o si riduce o si mette nell’ombra il lavoro d’ogni giorno, la fatica del cammino, la pazienza del dialogo con gli altri, la ricerca di una intesa nella quale e per la quale il possibile diventa lo spazio della mediazione, dell’incontro, del confronto, della simpatia, che è poi un patire insieme per costruire insie­me.

Il desiderio, privo del ripiegamen­to sul possibile, ci allontana, invece che di avvicinarci, diventa alibi per il disimpegno, fuga dalla realtà, occa­sione di esercizio indebito del potere; ostacolo per il cambiamento e impe­dimento per l’intesa e per la collabo­razione. Nulla cambia finché noi non cambiamo, scrive Auriela McCarthy che, avendo conosciuto e sperimenta­to in prima persona il dramma dei pro­fughi e la fatica di costruire un mondo nuovo, ci insegna a guardarci dentro per trovare il senso e le ragioni della progettazione di sé.

I pastori che si avvicinarono alla stalla di Betlemme, non si mossero per parole strillate o per promesse generate dai capipopolo, ma per l’an­nuncio di un Angelo, che prometteva, sì, un futuro, chiedendo però un im­pegno: prospettava un compito, chie­deva una iniziativa, invitava a diven­tare uomini di buona volontà.

La pace è un desiderio legittimo e diventa possibile se impariamo ad operare come uomini di buona volontà.

A distanza di due millenni, l’an­nuncio di Betlemme mantiene la sua perenne attualità e diventa oggi un invito a cercare parole di verità, perché nessuno inganni il suo vici­no e tutti accettino la fatica e la gio­ia dell’accoglienza, il peso e la letizia della convivenza, la disponibilità a farsi operai attenti nella vigna del Si­gnore e quindi meritevoli della Pace promessa dall’Angelo.

Auguri.  

 

Nicola Paparella

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